Intervista a Marco Boato sul ‘68

 

D. Le idee che hanno ispirato le prime occupazioni nel 1967 a Pisa, Milano, Trento e Torino, sono diverse da quelle che si sono sviluppate poi nel 1968 e, successivamente negli “anni di piombo”? Quali erano le idee e i riferimenti culturali di questo movimento e i suoi? E possibile che le idee che caratterizzarono inizialmente questo movimento siano state in parte, e in qualche modo, un po’ tradite?

R. Le prime occupazioni universitarie si ebbero in Italia anche prima del 1967, soprattutto in alcune facoltà di Architettura, per pochi giorni, e nella facoltà di Sociologia di Trento. In particolare a Trento si ebbero nel 1966 le prime due lunghe occupazioni italiane, rispettivamente per diciotto e diciassette giorni, nel gennaio-febbraio e nell’ottobre-novembre di quell’anno. Quella forma di lotta, pressoché inedita sul piano nazionale, fu utilizzata dal nascente Movimento studentesco trentino per obiettivi non certamente “rivoluzionari”, ma riguardanti soprattutto il ruolo della prima e unica facoltà di Sociologia allora esistente in Italia.
La prima occupazione fu finalizzata ad ottenere il riconoscimento parlamentare (che arrivò positivamente nel giugno 1966) della stessa laurea in Sociologia in forma autonoma, anziché in Scienze politiche e sociali ad indirizzo sociologico, come prevedeva allora il progetto Maranini-Miglio di riforma della facoltà di Scienze politiche, nella quale non volevamo essere riassorbiti.
La seconda occupazione fu finalizzata a proporre una diversa impostazione del nuovo Statuto e Piano di studi della facoltà di Sociologia (ormai giuridicamente riconosciuta), perché volevamo che la figura sociale del sociologo non fosse formata solo sul piano delle tecniche matematico-statistiche ed esclusivamente con una metodologia empirica e sperimentale, ma anche con una impostazione critica e storico-comparativa. Di tutto questo c’è ampia documentazione nel capitolo su Trento, da me curato, del volume Documenti della rivolta universitaria, edito da Laterza nella primavera del 1968.
Nel corso del 1967 tutte le principali università italiane furono caratterizzate da una duplice mobilitazione: contro la guerra americana nel Vietnam e contro il disegno di legge 2314, il cosiddetto “Piano Gui” (dal nome dell’allora ministro della Pubblica istruzione) di riforma universitaria. Progetto che poi fu definitivamente affossato nel 1968, non solo per la contestazione studentesca, ma anche per le opposte resistenze da parte delle “baronie” accademiche, ampiamente rappresentate nel Parlamento della legislatura 1963-1968.
Sempre nel corso del 1967 ebbero tuttavia un ruolo rilevante le cosiddette “Tesi della Sapienza” elaborate all’università di Pisa, che erano finalizzate ad una impostazione di tipo “sindacale” del Movimento studentesco, sulla base della definizione dello studente come “forza lavoro in fase di qualificazione”. Questa impostazione ideologica fu superata nella fase finale del 1967 e nei primi mesi del 1968 dall’esperienza del “Potere studentesco”, che si sviluppò prevalentemente a Palazzo Campana di Torino e nella facoltà di Sociologia di Trento, basandosi soprattutto sull’antiautoritarismo, che caratterizzò il Movimento studentesco dapprima all’interno dell’università e subito dopo anche nel rapporto col contesto sociale complessivo: fabbriche, caserme, scuole medie, ospedali, manicomi e così via, in riferimento anche alle “istituzioni totali”.
Per quanto riguarda Milano, ci furono tre diversi poli del Movimento studentesco: all’Università cattolica, soprattutto sui problemi del diritto allo studio; al Politecnico, sulla condizione degli studenti nel suo complesso; alla Statale, dove via via prevalse una impostazione fortemente di carattere ideologico di tipo “marxista-leninista”.
Di “anni di piombo” si può parlare solo dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano, che inaugurò la stagione tragica della strategia della tensione, e di altre numerose stragi che seguirono negli anni successivi. Anni nel corso dei quali si svilupparono anche il terrorismo di destra neo-fascista, con forti complicità istituzionali, e il terrorismo di sinistra, nelle sue varie diramazioni.
Il ’68 fu soprattutto caratterizzato da un movimento di carattere antiautoritario e dalla lotta contro l’impostazione “classista” della Scuola e dell’Università. Su questo terreno ebbe una importanza fondamentale la Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, pubblicata già nella primavera del 1967, che fu il testo più ampiamente diffuso nelle università nel corso dei primi mesi del ’68.
Ma ovviamente ebbero un significativo rilievo anche La rivolta di Berkeley, il libro di Hal Draper, pubblicato da Einaudi, che faceva conoscere in Italia la prima esperienza di contestazione studentesca precedente al ’68, sviluppatasi negli USA già nel 1964-65 e poi proseguita, anche in rapporto ai movimenti, prevalentemente afroamericani, per i diritti civili: SNCC, Black Power e poi Black Panters. Inoltre nel ’68 ebbero una significativa influenza anche le opere del filosofo americano, ma di origine tedesca, Herbert Marcuse, quali L’uomo a una dimensione e Eros e civiltà, editi da Einaudi.
Non credo che si possa parlare di “tradimento” delle idee iniziali del Movimento del ’68, ma si può certamente affermare che queste furono poi superate da un eccesso di ideologismo, a volte anche molto dottrinario. Il Movimento studentesco ebbe una sua fase iniziale caratterizzata dallo “stato nascente”, per usare una definizione del sociologo tedesco Max Weber, ripresa e utilizzata in Italia soprattutto da Francesco Alberoni, che, proprio a partire dalla facoltà di Sociologia di Trento, di cui era diventato direttore, aveva sviluppato una originale analisi delle dinamiche dei movimenti collettivi, poi resa sistematica nel 1977 col volume Movimento e istituzione, edito da Il Mulino (come i precedenti Statu nascenti del 1968 e Classi e generazioni del 1969).
Dopo questa prima fase “aurorale” del Movimento studentesco, prevalsero nella fase successiva processi di ideologizzazione di diversa ispirazione: “operaista”, “marxista”, “marxista-leninista”, “maoista” e, in alcuni casi (come alla Statale di Milano) anche “stalinista”. Un movimento che aveva costituito una sorta di “anticipazione del futuro”, con una forte spinta alla modernizzazione anche dei costumi, dei valori e degli stili di vita, si trovò da un certo momento in poi sempre più “incapsulato” in un linguaggio ideologico rivolto al passato, soprattutto riferito alle molteplici ortodossie ed eresie del movimento comunista internazionale. E questo non fu sicuramente un fenomeno positivo, anche se sarebbe necessaria una analisi più articolata e non fatta “all’ingrosso”.
Nel prossimo gennaio 2018 uscirà per La Scuola di Brescia un mio ampio volume, intitolato Il lungo ’68, dove ho sviluppato più ampiamente questa analisi storico-politica, dall’inizio degli anni ’60 fino al movimento del ’77, che può considerarsi la fine di quel periodo storico, il quale in Italia ha avuto una dimensione e una durata assai più ampia che in qualunque altro paese sul piano internazionale.

D. Questa prima fase del movimento può essere vista come una risposta alla mancanza di riforme del centro-sinistra e, in particolare, all’immobilismo dei governi Moro in quel periodo?

R. Non c’è dubbio che anche le gravi difficoltà del centro-sinistra degli anni ’60 abbiano influito sulle dinamiche del nascente Movimento studentesco del 1967-68. Il primo governo Moro del dicembre 1963 era stato formato con i socialisti dopo due precedenti governi Fanfani, che erano succeduti alla crisi del governo Tambroni, sostenuto dai neo-fascisti e rovesciato dalla rivolta di piazza del giugno-luglio 1960. È proprio da quella rivolta antifascista che io faccio iniziare la mia ricostruzione del “lungo ‘68” italiano.
Nel dicembre 1963 il segretario del PSI, Pietro Nenni, divenuto anche vicepresidente del Consiglio, aveva fatto intitolare a piena pagina il giornale socialista Avanti! con queste parole: “Da oggi siamo tutti più liberi”. Era il segno delle speranze iniziali inaugurate dal centro-sinistra di allora. Ma ben presto arrivò la crisi dell’estate 1964, con le operazioni para-golpiste (il cosiddetto “Piano Solo”) del generale De Lorenzo, sostenute dall’allora presidente della Repubblica Antonio Segni. E una seconda crisi si verificò nuovamente nel 1966, attorno ai problemi del finanziamento della scuola materna. Gli ultimi anni del terzo Governo Moro, fino alle elezioni politiche del maggio 1968, furono segnati dalla rivolta studentesca contro il già citato “Piano Gui” di riforma universitaria.
Ma questa interpretazione, pur reale, sarebbe troppo riduttiva. In realtà il movimento del ’68 fu un fenomeno di carattere internazionale, che si sviluppò, sia pure con caratteristiche peculiari in ogni paese, in quasi tutto il mondo, anche negli Stati a carattere autoritario o totalitario. Per quanto riguarda l’Europa, basti pensare, da una parte, alla Spagna franchista e alla Grecia dei colonnelli, e, dall’altra parte, agli Stati sottoposti all’egemonia sovietica, come la Polonia e la Cecoslovacchia. E per quanto riguarda l’America, oltre alle rivolte studentesche negli USA, basti pensare al Messico, al Brasile e all’Argentina. Per non parlare dell’Asia, con la “rivoluzione culturale” in Cina, fin troppo mitizzata come si capì negli anni successivi, e con le rivolte nel Giappone degli “Zengakuren”.
Ma l’elenco potrebbe essere più lungo, e, per quanto riguarda i paesi europei a democrazia politica, basti pensare ovviamente al Maggio parigino e francese, alla Germania-Ovest e al Regno Unito.
Dunque, la crisi dei governi di centro-sinistra, anche dopo Moro, è sicuramente un fattore che ha inciso nella rivolta studentesca italiana, ma non è certamente un fattore esaustivo. In tutto il mondo una nuova generazione – la prima che non avesse conosciuto né la prima né la seconda guerra mondiale – si è affacciata sulla scena politica, sia pure con modalità differenti da paese a paese, e ha dato vita ad un movimento antiautoritario che ha investito non solo le università e le scuole, ma l’intero sistema dei rapporti sociali e anche istituzionali.

D. A Trento inizialmente, lei si trovò con persone che presero una via molto diversa dalla sua: quella delle Brigate Rosse. Questa diversità c’era già nelle esperienze del 1967-68? Quando e perché secondo lei emersero queste due visioni contrapposte?

R: Nel movimento di Sociologia a Trento, di cui fecero parte molte centinaia di studenti e studentesse, soltanto due fecero, negli anni ’70, la scelta della lotta armata nelle Brigate Rosse: Renato Curcio e Margherita Cagol. Nulla di questa scelta successiva, anche con una discutibile interpretazione “a posteriori”, può essere ricondotto alle dinamiche politiche del 1967 e del 1968. Nel 1967 Curcio aveva elaborato un documento intitolato “Manifesto per una università negativa”, che aveva già forti caratteristiche ideologiche, ma nessun riferimento alla lotta armata. Semmai quel documento lo portò a stringere rapporti con la rivista Lavoro politico di Verona, diretta da Walter Peruzzi, che lo introdusse ad un percorso “marxista-leninista” fino a diventare parte del PCd’I, un micro-partito comunista filo-cinese, che poi si divise in due fazioni contrapposte (“linea rossa” e “linea nera”), con una sorta di “scissione dell’atomo”.
Dopo alcuni mesi di allontanamento dal Movimento studentesco di Trento, che nel frattempo aveva dato vita alla più lunga occupazione della storia, per 67 giorni, successivamente Curcio abbandonò l’esperienza “marxista-leninista” e rientrò nel movimento trentino, anche attraverso un rapporto di amicizia con Mauro Rostagno. Anche in questa seconda fase di sua appartenenza al Movimento di Trento, Curcio non ha mai manifestato posizioni ideologiche che facessero presumere le sue scelte successive, che, insieme a Margherita Cagol, la quale diventò sua moglie con un matrimonio religioso nel santuario di San Romedio, fece a partire dal 1970-71 a Milano. Lasciata Trento nell’estate 1969, a Milano Curcio e Cagol fecero parte del “Collettivo politico metropolitano”, poi di “Sinistra proletaria” e solo successivamente formarono, con altri, le Brigate Rosse, che nella prima fase non misero in atto attentati alle persone.
Quindi le visioni contrapposte tra il Movimento studentesco, e poi anche Lotta continua, da una parte, e le Brigate Rosse, dall’altra, emersero solo nei primi anni ’70, e non avevano nulla a che fare con il movimento del ’68 e con Trento in particolare.

D. Che rapporto ha avuto il Pci con il movimento degli studenti? E poi con Lotta Continua?

R. Il Pci ha avuto un rapporto molto difficile e spesso conflittuale col Movimento studentesco. Questa conflittualità si riversò anche al proprio interno, specialmente per quanto riguarda la sua Federazione giovanile (Fgci), nella quale militavano studenti che facevano parte al tempo stesso anche del movimento e che lamentavano una sorta di “schizofrenia” in questo rapporto, che in alcuni casi portò alla loro spontanea uscita o anche alla loro espulsione dal partito.
Il Pci avrebbe voluto sviluppare, secondo una malintesa formula gramsciana, una forma di “egemonia” rispetto al Movimento studentesco, ma ogni tentativo di questo tipo fu fallimentare. La Fgci propose dapprima una “costituente sindacale”, poi una “costituente studentesca”, quindi una organizzazione unitaria degli studenti, ma tutte queste proposte rimasero sulla carta dei documenti e delle enunciazioni teoriche, senza mai realizzarsi concretamente.
Solo in prossimità delle elezioni politiche del maggio 1968, l’allora segretario generale del Pci, Luigi Longo, con due successivi articoli sul settimanale del partito, Rinascita, mise fine alle denigrazioni e alle demonizzazioni del movimento, con due articoli di grande apertura e di comprensione delle sue potenzialità, che segnarono in quel periodo una vera e propria “svolta”, anche molto coraggiosa.
Ma subito dopo le elezioni, incassata una quota significativo del primo voto dei giovani studenti (allora si era maggiorenni solo a 21 anni), le polemiche da parte di numerosi dirigenti comunisti ricominciarono come nulla fosse. Su questo terreno si distinse in particolare Giorgio Amendola, che pubblicò, sempre su Rinascita, un durissimo articolo contro il Movimento studentesco, intitolato sulla “Necessità della lotta su due fronti”, dissentendo totalmente dalle aperture di Longo e basandosi esclusivamente sui documenti pubblicati nella primavera del ’68 nel volume collettaneo Università: l’ipotesi rivoluzionaria, edito da Marsilio. Ma in quel volume erano pubblicati interventi molto diversi tra di loro (tra di essi, anche uno mio e uno di Mauro Rostagno), mentre Amendola li attaccava tutti insieme, per così dire “all’ingrosso”.
Naturalmente anche con i successivi movimenti della sinistra extra-parlamentare, tra cui Lotta continua, i rapporti furono molto critici. Di tutto questo ho fatto una ricostruzione puntuale e documentata nel mio libro Il lungo ’68, che uscirà a gennaio, nel quale un capitolo è dedicato proprio al rapporto del Pci rispetto al Movimento studentesco.

D. A Trento il movimento degli studenti era in contatto col SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund). Quali furono i rapporti tra i due movimenti?

R. Il Movimento studentesco di Trento, nel ’68-’69, sviluppò molti rapporti anche sul piano internazionale. A Trento, nella primavera ’68, nella facoltà di Sociologia occupata, venne un dirigente studentesco francese e poi anche uno spagnolo, che viveva nella clandestinità rispetto al regime franchista. Nel marzo venne anche Dale Smith, un esponente dello SNCC, un movimento afroamericano per i diritti civili. Studente di Sociologia era anche un mozambicano bianco, Luis Cabaco, che, dopo la rivoluzione dei garofani in Portogallo del 1974 e la perdita delle colonie portoghesi, divenne anche ministro nel nuovo governo del Frelimo in Mozambico, essendo l’unico bianco di quel governo.
Nell’autunno del ’68 arrivò a Trento anche Peter Schneider, amico di Rudi Dutschke, ed esponente del SDS di Berlino-Ovest, alla Freie Universität. Schneider si inserì pienamente nel Movimento studentesco e rimase a Trento alcuni mesi, finché nel marzo 1969 non fu espulso dall’Italia ad opera della polizia, che lo portò senza preavviso al confine del Brennero. Nel 1973 Schneider ha pubblicato un libro, Lenz, tradotto anche in Italia da Feltrinelli, nel quale ha raccontato la sua esperienza trentina, ripresa recentemente anche in un suo saggio pubblicato su MicroMega, che costituisce parte di un suo libro edito in Germania sul ’68. Oggi Peter Schneider è uno dei più famosi scrittori e saggisti tedeschi, spesso intervistato anche su Repubblica.

D. Le decisioni nelle assemblee durante le occupazioni erano democratiche? In queste assemblee erano presenti anche i rappresentati dei partiti politici?

R: Le nostre assemblee erano aperte a tutti e si discuteva con grande passione rispetto a tutte le posizioni. Sia le due occupazioni del 1966, sia quella lunghissima del ’68, vennero decise dopo lunghe discussioni con finali votazioni formali tra favorevoli, contrari e astenuti. In qualche caso, partecipò a quelle assemblee anche qualche studente di destra, anche se poi questi ultimi decidevano di aderire al movimento e di cambiare la propria posizione politica.
Per quanto riguarda i partiti politici, gli unici rappresentanti che si dichiaravano esplicitamente erano quelli dei partiti di sinistra, governativa e soprattutto di opposizione. Mi riferisco al PSI, che a Trento era su posizioni “lombardiane” (dal nome di Riccardo Lombardi) di sinistra interna, e particolarmente al PSIUP (nato nel 1964 da una scissione dello stesso PSI) e al PCI. Per tutto il ’68 a Trento il partito più rappresentato tra gli studenti fu il PSIUP, di cui era leader Mauro Rostagno, mentre molto forte era anche la componente cattolica, ma non democristiana, che faceva riferimento alle mie posizioni di impegno “laico”.

D. Il prossimo anno ricorrono i cinquanta anni dal 1968, quali sono stati finora i limiti della storiografia sull’argomento?

R: In questi decenni dal 1968 sono usciti molte centinaia di libri e di saggi, oltre che innumerevoli articoli su riviste e, negli ultimi anni, anche su siti informatici. Io stesso nel primo decennale ho pubblicato un libro intitolato ironicamente Il ’68 è morto: viva il ’68!, edito da Bertani di Verona, dove ho raccolto molti articoli e saggi sull’argomento, arrivando fino al movimento del ’77. Sempre nel primo decennale è uscito anche un libro importante di Guido Viale, Il Sessantotto tra rivoluzione e restaurazione, edito da Mazzotta. Numerosi sono stati i libri pubblicati, a più riprese, da Mario Capanna e da altri esponenti dei vari Movimenti studenteschi delle più diverse università.
Nel 1988 sono usciti due libri, uno di Peppino Ortoleva, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, per gli Editori riuniti, e uno di Marcello Flores e Alberto De Bernardi, Il Sessantotto, edito da Il Mulino, che hanno cominciato a sviluppare una analisi più sistematica sul piano storiografico, pur trattandosi sempre di autori che sono stati anche protagonisti di quel movimento. Innumerevoli poi sono state le antologie di testi e le raccolte di documenti.
Soltanto nell’ultimo decennio si è cominciato ad uscire dalla memorialistica o dalle analisi storico-politiche elaborate dagli sessi protagonisti, che tuttavia non inficiano per questo necessariamente la loro capacità critica. Ma è ora iniziata una fase storiografica che vede la necessità di una metodologia più “scientifica”, basata sempre più sullo studio anche delle fonti archivistiche e sulla capacità di analisi del contesto storico-politico delle varie vicende.
Nel quarantennale del ’68, e cioè nel 2008, è uscita una amplissima Rassegna bibliografica sul Sessantotto, ad opera di Mario Selvaggio (Schena editore), che riguarda Italia, Francia e Germania. Nello stesso 2008 sono stati pubblicati gli Atti di un Convegno multidisciplinare intitolato I linguaggi del Sessantotto e un altro volume collettaneo (a cura di Benedetto Coccia) intitolato 40 anni dopo: il Sessantotto in Italia fra storia, società e cultura (entrambi editi da APES).
Da ultimo, come esempio di una storiografia più matura, è uscito nel 2013 un ampio volume collettaneo (a cura di Alessandro Breccia), intitolato Le istituzioni universitarie e il Sessantotto, edito da CLUEB, contenente molti saggi di notevole valore, tra i quali il più significativo mi è apparso quello di Andrea Giorgi e Leonardo Mineo: “Grazie ad un lavoro costante e capillare”. Fonti documentarie per lo studio del Sessantotto (1966-1970).
Quindi, a parte i manuali e libri di storia contemporanea, che dedicano tutti uno o più capitoli al ’68 (ricordo in particolare i lavori di Guido Crainz, ma anche di altri autori), ora la storiografia si sta indirizzando, da una parte, alle ricostruzioni basate su solide basi documentarie ed archivistiche, non sempre disponibili in passato nella loro complessità, e, dall’altra parte, a ricerche focalizzate su singole realtà universitarie e cittadine, spesso non solo con ricostruzioni storico-politiche, ma anche con ampi materiali di documentazione e con vaste rassegne fotografiche, quasi sempre inedite. Un ruolo particolare occupano anche i numerosi libri che hanno ricostruito, nel quadro del ’68-’69, le vicende del “dissenso cattolico” e della “contestazione ecclesiale”, che spesso si sono intrecciate con quelle della “contestazione studentesca”.

 

(RISPOSTE ALLE DOMANE DELLO STUDENTE DI TORINO SUNIL SBALCHIERO. L’INTERVISTA USCIRÀ NEL GENNAIO 2018).

 

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