Del ’68 ci resta un pugno di mosche? di David Bidussa

 

“… ricordo un dibattito in sede di tesi di laurea in cui uno studente continuava ossessivamente a ripetere «Io porto avanti l’ipotesi», al che un commissario  gli fece sommessamente osservare: «Guardi, le ipotesi non si portano avanti, si dimostrano».”

E’ un passaggio a mio avviso saliente di Che cosa resta del ’68 (il Mulino) di Paolo Pombeni, una pagina sorretta da un profondo «sarcasmo amaro», che opportunamente non si limita a farci sorridere, ma ci sollecita a pensare. E infatti Pombeni aggiunge, a commento: “Lo ricordo perché in fondo una delle conseguenze della pars destruens sessantottina è stata proprio la convinzione che fosse più che legittimo portare avanti ipotesi senza sentirsi in obbligo di verificarle e di dimostrarle.”

Pombeni dunque, all’inizio di quest’anno che presumibilmente sarà ricco di celebrazioni e di ricordi, ci invita a uscire da questa dimensione e a guardare i nodi irrisolti che quell’ “anno terribile”, aprì.

Diciamo subito che lo fa con un limite: e il limite è quello geografico. Il contesto di analisi di Pombeni, al di là di alcuni cenni, resta sostanzialmente quello italiano.  Non è possibile discutere di ’68 se non come world history. Per di più considerando e mettendo nel conto paesi e scenari e che di solito stanno fuori dal quadro: per esempio il Giappone, oppure l’Irlanda. Ma anche l’Unione sovietica, di cui sarebbe interessante indagare, più che i dissidenti, i «consenzienti» del regime  e sensibili  alla sua propaganda che lesse il ’68 come decadenza, contrapponendo alla figura del contestatore quella del produttore motivato, secondo uno schema proprio dello stakcanovismo degli anni ’30.

Al netto di questo dato, che a me pare un limite, la riflessione d Pombeni è comunque rilevante.

Il tema per Pombeni, giustamente, non è il ’68, se anno cardine se esperienza irripetibile, ma come processo rimasto sospeso che coinvolge il nostro oggi proprio per le domande e le questioni che apre e, spesso, lascia sospese.Pombeni in questo suo testo rapido, ne affronta parecchie di questioni. Tra le molte ne indico tre:

(1) La trasformazione che investe il monde delle chiese e più in generale del cristianesimo polarizzato tra conservazione, innovazione avviata dalle politiche e conciliari, dall’emergere della «teologia della liberazione». Un movimento, quest’ultimo, che sconvolge una chiesa romana che già fa difficoltà a far fronte alle proprie dissidenze, o alle proprie eresie «locali» (che si chiamino Don Lorenzo Milani, o Don Enzo Mazzi, ma anche  Don Luigi Giussani). Oppure la nascita di una linea editoriale come Jaca Book in cui terzomondismo e ortodossia si incontrano  (altra dimostrazione che antiestablishment non significa solo collocarsi a sinistra; anche se in altri contesti, per esempio nella Francia sarà quella la tendenza che seguirà una rivista storica del mondo cattolico francese come «Esprit»).

(2) Una trasformazione che produce in quegli anni altre novità. Per esempio in merito alla riflessione sul la crisi economica non sbocca in una correzione e virtuosa del processo industriale , ma spesso implica il suo arresto, o, come qualcuno ha sostenuto, un approdo mancato alla modernizzazione compiuta, riprendendo una suggestione di Mario Pirani sugli appuntamenti mancati dell’industria italiana. Un processo che partito per criticare il capitalismo, si trova a fare i conti con il consumismo, molto spesso assorbito passivamente, se è vero che ancora a quasi mezzo secolo dal Rapporto del Club di Roma nonostante l’impegno degli SDG’s, e della sottoscrizione, per molti non convinta di COP 21, l’idea di sostenibilità fa fatica a essere assunta come criterio nel comportamento economico e nei consumi e anzi il «senso comune» ancora ritiene che tutto sia un bluff, oppure un’esagerazione.

(3) I processi trasformativi che riformano la scuola, ma non intaccano il modello pedagogico che rimane sorprendentemente estraneo a quel processo riformatore. Sintomo rilevante, se non il principale, della crisi costante della scuola italiana, ancora incapace di produrre una nuova riforma reale, dopo Giovanni Gentile (limitandosi a produrre  nuovi ordinamenti, ma non nuova pedagogia).

Che cosa resta, dunque?

Pombeni dice a un certo, punto che rimane la voglia di cambiare, di sapere che è cominciato un processo le cui sfide stanno tutte davanti a noi : condivisione, equità, distribuzione, responsabilità.

Condivido.

Non rimanere dentro il mito del ’68 non significa respingerlo, ma significa raccogliere ancora quella sfida, pensare a una nuova forma di impegno.

Certo, e Pombeni lo ricorda, ci furono molti che intrapresero strade di uscita in cui la «fuga in avanti» aveva contemporaneamente la fisionomia della sostituzione della setta (il fenomeno che sbocca poi  nella decisione della lotta armata e del terrorismo nasce da qui) oppure la fisionomia della «evasione» da cui il fenomeno dell’uso diffuso di stupefacenti.

Si potrebbe ritenere che tutto questo sia stato una parentesi e che sia giunto il momento di chiudere, finalmente.

Eppure non è così. Come accade nel primo ‘89 (quello che più di due secoli fa abbatte la Bastiglia, e poi si espande, con molte storture e ambiguità, in Europa al seguito di di Napoleone), qualcuno può ritenere che l’ordine si possa ristabilire con il ritorno al prima. Al ’68 non è seguito in verità nessun Congresso di Vienna. E’ seguito invece un lungo e tormentato tentativo di riequilibrio, ma anche questa volta, come due secoli fa, senza ristabilimento dell’ordine precedente. E questo perché non solo la partita, cominciata allora, è ancora aperta ma anche perché nemmeno i suoi avversari sono alieni dalla sua influenza.

Il ’68 non è solo di sinistra o a sinistra.  E’ un percorso che nel profondo riguarda anche le destre e le spacca tanto quanto le sinistre. Riguarda i conservatori, i riformisti, i radicali, a destra come a sinistra. Per questo essere sessantottini non è una «garanzia». Certifica solo l’appartenenza a un tempo e a un codice. Ovvero indica un’identica condizione: la inesistenza di ricette per la felicità. Ma anche, per riprendere il punto di partenza, certifica il fatto che chiunque si presenti sul mercato della politica è ricchissimo di pars destruens, ma soffre di una povertà di proposta (che spesso risolve con lo slogan). Ovvero la pars construens continua ad essere debole, spesso inconsistente.

(apparso su: Gli stati generali, 17/02/2018)

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