Un’alleanza oggettiva tra violenti e governo di Giangiacomo Migone

 

Ormai da mesi Giorgia Meloni ha il fiato corto, sia sul piano internazionale che su quello interno, offrendo ingenti spese militari a chi chiede pane, pace e libertà. Nell’immediato tutela pubblica della salute e una distribuzione meno iniqua della ricchezza che consenta una sopravvivenza decorosa a tutte e a tutti. Perciò dal suo punto di vista i recenti scontri – uno a Torino, presso l’ex centro Askatasuna, e l’altro in Val di Susa, con la prospettiva di ulteriori sviluppi –  costituiscono preziosi successi, grazie ad alleanze di ferro con manipoli di violenti, anche bene intenzionati, purtroppo utili idioti, infiltrati o meno, che hanno fatto fino in fondo il suo gioco. Al punto di rivendicare pubblicamente la qualifica di black bloc,  forse dimentichi della dimostrata collaborazione di costoro con la parte peggiore delle forze dell’ordine in occasione del G8 di Genova.

Come ovvio, nel condannare le violenze, l’apparato mediatico dominante si è guardato bene dal denunciare questa convergenza d’interessi quantomeno oggettiva, ne’ Elly Schlein si è spinta oltre a denunciare la strumentalizzazione – mai strumentalità – delle deprecabili violenze da parte della presidente del consiglio.

Stiamo ai fatti, a cominciare da Askatasuna, osservando con attenzione la successione degli eventi. Da decenni quel centro torinese era sede di una minoranza, ormai frusta, di predicatori di azioni dimostrative, talora violente. Nel corso della primavera vi si sviluppa un rapporto di sostegno sociale col territorio circostante che trova l’appoggio del sindaco. Ma ecco che interviene il governo, nominando un nuovo questore che, invece, chiude il centro, vietandovi l’accesso, proprio alla vigilia di una grande manifestazione pacifista e pro Pal, che coinvolge Torino e dintorni, con largo anticipo programmata per il 31 gennaio. La manifestazione che si svolge e’ di massa, ma le truppe di governo si guardano bene di ostruire le vie d’accesso ad Askatasuna, dove misteriosamente campeggiano alcuni dei precedenti inquilini che, con l’arrivo indisturbato della minoranza violenta del corteo diretto altrove, assicurano l’obiettivo governativo. La notizia mediatica non è più il successo della manifestazione pacifista e filo palestinese, bensì i tafferugli con la polizia, secondo una ricetta repressiva collaudata nei decenni.

Quanto è avvenuto e sta ancora avvenendo in Val di Susa ad oggi costituisce un’altra preziosa boccata d’ossigeno per il governo. Il contesto è quello di un’annosa resistenza della maggioranza della popolazione e di numerosi sindaci ad un’opera ferroviaria di cui, con ragione, non vedono vantaggi, ma soprattutto danni ambientali.  La lotta è sostenuta e radicalizzata da un movimento organizzato di No Tav che, confrontandosi con le forze dell’ordine, si oppone fisicamente ai lavori in corso, facendo valere la propria presenza aggressiva anche fuori Valle (come in occasione di alcuni Primo Maggio torinesi e dei recenti tafferugli davanti ad Askatasuna). Ma veniamo agli eventi più recenti. Un festival intitolato Alta Felicità, osteggiato nell’accesso da forze di polizia, si conclude con un attacco della parte  organizzata del movimento al cantiere di Chiomonte, con conseguenti scontri. Lunedì 27 luglio, come premere un bottone, vi si presenta la presidente del consiglio, accompagnata dal ministro dell’interno e dal capo della polizia, accolta dal prefetto e dal questore di Torino. Ancora una volta il colpo mediatico è assicurato, grazie alla convergenza quantomeno oggettiva tra governo e violenza minoritaria.

Poiché a cavallo donato non si guarda in bocca, il presidente della regione Piemonte Cirio, con la propria maggioranza al seguito e minoranza turbata dalle proprie contraddizioni interne, indice una prossima manifestazione Si Tav. Iniziativa che, se non comportasse il rischio di allungare la catena di scontri violenti strumentali, risulterebbe soltanto grottesca, alla luce di quanto ormai chiarito, sia a livello europeo che nazionale. Sia No che Si Tav si mettano pure l’anima in pace perché il Tav europeo non si farà. Esso aveva già perso ogni significato dalle defezioni di Portogallo, Spagna, Slovenia e Ucraina, ma il colpo mortale l’ha inferto la Francia, prendendosi una pausa di riflessione fino al 2033!  Non sono chiacchiere di corridoio, ma persino constatazioni di una voce moderata quale quella di Marcello Sorgi (cfr. “La Stampa, 30 luglio). Per il governo in carica il destino del Tav sarà analogo a quello del Ponte di Messina: facili guadagni e, in più, scontri fisici politicamente redditizi. Almeno per ora.

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