Non basta di NO a Trump, Italia e UE siano sovrane di Gian Giacomo Migone

 

Anche a sinistra i più duri critici italiani di Donald Trump – compresi i rivali per la guida della coalizione alternativa al governo Meloni, ancora da costruire – accompagnano le condanne con parole rassicuranti sul carattere duraturo e strategico dei rapporti euro atlantici. A leggere il recentissimo sondaggio SWG, lo stesso popolo italiano, pur solidamente antitrumpiano, mette le mani avanti. Soltanto il 23% degli interpellati si dichiara favorevole all’uscita dalla NATO, mentre il 55% è contrario e il 22% incerto.

Eppure i comportamenti irresponsabili e distruttivi, oltre che fallimentari, dell’attuale Presidente degli Stati Uniti fanno sì che si apra un’aurea occasione per l’Italia di liberarsi quantomeno da un vincolo di particolare subalternità nei confronti di Washington, oltretutto obsoleto dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’egemonia statunitense nei confronti del resto del mondo.

Soleva dire un grande statista svedese, Axel von Oxenstierna – primo ministro di Gustavo II Adolfo, protagonista della pace di Westfalia – che l’occasio costituisce il momento supremo della politica. Quale migliore occasione di liberarci di questo vincolo nel momento in cui i principali media nostrani, tradizionalmente proni ad esso, non possono sottrarsi ​nel constatare la natura, ad un tempo inconsistente e potenzialmente catastrofica, di una leadership che ne smentisce i valori, sempre proclamati​, preziosi, ma da tempo raramente osservati?

Ma prima d’invocare soluzioni doverosamente drastiche, cerchiamo di capire l’entità dell’ostacolo che ci troviamo di fronte. Se l’ormai badogliana Meloni risulta ancora testardamente alleata nei confronti dello stesso Trump, anche coloro che ne invocano la sconfitta – persino i due candidati/rivali, per non parlare del Presidente della Repubblica – non si peritano di sostenere che la dipendenza che ci lega storicamente agli Stati Uniti deve essere salvaguardata. Chi, invece, ci guarda dall’esterno, con occhi tutt’altro che ostili alla NATO e a ciò che essa rappresenta, quale la mitica rubrica settimanale Charlemagne dell’ “Economist”, esprime stupore per l’atteggiamento peculiarmente prono della terza potenza europea nei confronti del maggiore alleato in crisi.

Per comprendere lo spessore storico di questo vincolo occorre constatare che esso è radicato nella nostra politica interna, anche se viene sostenuto con argomenti di politica estera: in passato per la vera o presunta minaccia sovietica, usata per sconfiggere o contenere il maggiore partito comunista dell’Occidente; oggi per difenderci dalla Russia, in realtà nemmeno in grado di sconfiggere militarmente una sua ex provincia in parte ribelle. Che l’Italia e la stessa Europa abbiano bisogno di Washington e della NATO, ad un tempo asservita e disprezzata dall’attuale occupante della Casa Bianca, per salvarci dalla Russia, costituisce un ormai antico mito sopravvissuto alla Guerra Fredda, malgrado il venir meno della più credibile minaccia sovietica. Esso è stato alimentato da una successione di presidenti statunitensi per giustificare la propria espansione verso Est.

Lo scopo, dichiarato da almeno due recenti inquilini della Casa Bianca e da personaggi quali Victoria Nuland (“Fuck Europe”), non è stato soltanto quello di provocare la reazione di Mosca – che pure con la riannessione della Crimea e l’ancora inconcludente attacco all’Ucraina ha potuto restaurare una parte del proprio claudicante ruolo di protagonista mondiale – quanto quello di dividere e indebolire i propri alleati minori europei. Per Washington, ha scritto Maurizio Boni (cfr. “Il Vincolo transatlantico”, ed. Il Cerchio, 2026), “la debolezza europea non è un problema da risolvere, ma un’opportunità da sfruttare”. Nell’immediato, accrescendo tariffe, vendendo armi ed energia a sovrapprezzo​, ma strategicamente precludendo un’unità politica ed economica dell’Europa, inserita in un sistema globale multipolare, che costituirebbe un formidabile concorrente economico e politico, nemmeno liquidabile con la tradizionale accusa di carenza democratica. Il fantasma che ha ossessionato Washington, da Kissinger a Trump, è stato allontanato nel tempo con la collaborazione dell’Unione Europea nelle sue condizioni attuali.

Ma veniamo all’Italia che, sin dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale ha costituito un esempio estremo, in ambito europeo, di sudditanza esemplare alla volontà di Washington. Se si eccettuano gli strappi ispirati da una coerenza politica con la cultura di Ventotene – di cui la polemica meloniana ci ha restituito memoria – costituita dal ruolo di copromotori del trattato di Roma e dall’adesione all’euro, la nostra storia si è puntualmente adeguata a tale ruolo. Sarebbe troppo lungo elencarne tutte le tappe: la fine dei governi antifascisti, le elezioni del 1948 pesantemente condizionate da Washington, l’adesione privilegiata alla NATO, la concentrazione di basi militari statunitensi sul nostro territorio, di cui gli statuti sono tuttora coperti da segreto. Per non parlare delle ormai documentate interferenze che hanno prodotto tragedie storiche quali la strage di Piazza Fontana e la lucida gestione dell’eliminazione fisica e politica di Aldo Moro, l’extaordinary rendition di Abu Omar su una strada centrale di Milano, con la fattiva gestione dei nostri servizi segreti, quasi sempre agli ordini della CIA. In tempi più recenti, governi italiani di diverso orientamento politico si sono via via piegati a partecipare a guerre nei Balcani, Afghanistan, Iraq e, addirittura contro nostri evidenti interessi nazionali, in Libia, coronate da parole sprezzanti del presidente Trump per i nostri militari morti e feriti. Tutte imprese condotte in spregio di regole di diritto internazionale sancite dall’ONU, in parte dalla stessa NATO e, per quanto ci riguarda, dall’art. XI della nostra Costituzione.

Di fronte alle stragi ancora in atto a Gaza e Cisgiordania, Libano, Iran, Ucraina e in altre parti del mondo, tuttora sottoposte a vincoli post coloniali, è necessario chiedere alle forze politiche alternative al governo in carica chiarezza sulla direzione in cui intendono guidare il Paese: il rifiuto del vincolo di subalternità che ci lega agli Stati Uniti, con le dipendenze di armi ed energetiche che ne derivano; la graduale liquidazione dei condizionamenti di alleanza e delle presenze militari sul proprio territorio; un’Europa sempre più unita e sovrana, rispettosa del diritto internazionale nel contesto di un mondo multipolare. Di conseguenza la trasformazione di un’Unione Europea, ad oggi paralizzata da veti nazionalisti e ancora prona agli interessi statunitensi. In poche parole un’Europa modello Sánchez, non più von der Leyen con i suoi ancora volonterosi sostenitori nazionali.

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