Progressisti, imparate da Sanders e Sánchez di Giangiacomo Migone

 

La politica, nella sua complessità, può e deve essere semplice, soprattutto oggi. Da quando la partecipazione al voto è cominciata ad oscillare in tutte le democrazie occidentali, essa è diventata determinante per il risultato. Ovvero, chi acchiappa più pesci nel vero campo largo, l’oceano crescente dei non elettori, vince.

Negli Stati Uniti, ad esempio, fino alla seconda elezione di Reagan nel 1984, votava il 50/60 % dei cittadini. Vinceva il candidato che conquistava il consenso della maggioranza di indipendenti, solitamente moderati. Al punto che i due candidati rischiavano di scavalcarsi. Da quando l’affluenza è cominciata ad oscillare vince chi, per la relativa radicalità del proprio messaggio, motiva il maggior numero di elettori, solitamente riluttanti. Così si spiegano i successi di George W. Bush e Obama. Per non parlare di Trump che ha portato alle urne, per la prima volta, persone autoescluse, per motivi ideologici, economici e sociali.

Ma veniamo all’Italia, la cui vocazione bipolare è relativamente recente, anche se la riforma elettorale sostenuta dalla maggioranza di centrodestra la rafforzerebbe. Essa nasce dalla consapevolezza che il paese è ormai lontano da un’epoca di elevata affluenza elettorale e che anche il 63,8 % delle ultime elezioni non è da ritenersi acquisito. Quantomeno Meloni ha capito che la sua precedente vittoria è dovuta alla superiore capacità di motivare il voto a destra e alla propria destra. La preoccupazione suscitata dalla lista Vannacci è un sintomo di questa consapevolezza, assente nel dibattito interno all’opposizione. Mentre Vannacci in coalizione consentirebbe al centrodestra di attingere ai non votanti, i Renzi, Picierno, Guerini li allontanano dal voto per la coalizione progressista. Eppure è palese che solo attingendo al vero campo largo degli indecisi si prospetterebbe la vittoria della sinistra. Basti dire che al recente referendum ben 3 milioni di giovani, solitamente meno propensi al voto, si sono espressi, prevalentemente per votare NO. L’ingarbugliato esito delle recenti elezioni amministrative costituisce un chiaro monito. Occorre emulare e migliorare il messaggio alternativo e la conseguente vittoria del NO. L’opposto delle confabulazioni interpartitiche sulla composizione del campo largo, in realtà sempre più stretto e sull’opportunità o meno di primarie. Ovvero una litigiosa anticamera che, prevedibilmente, offrirà alla maggioranza il tempo di riprendersi dall’esito del referendum, radicalizzare il proprio profilo, assorbire il problema Vannacci e negoziare i propri conflitti d’interessi.

Allora, che fare? Innanzitutto occorre una chiara e semplice comunicazione sullo stato del mondo e dell’Italia che noi siamo. Sanders e Sánchez forniscono dei buoni esempi che segnalano l’abissale distanza comunicativa che ci separa da loro. Sanders non si stanca di ripetere due fondamentali verità. In primo luogo che siamo governati da una ristrettissima oligarchia di sempre più ricchi, mentre tutti gli altri diventano sempre più poveri e coloro che in teoria dovrebbero organizzarne il riscatto, tendono a costituirsi in corporazioni controllate dai media. (cfr. Sanders, “Contro l’oligarchia”). Quindi, se una forza alternativa non programma un adeguato spostamento di risorse verso pace, sanità pubblica, produzione e consumi di beni, accoglienza di mano d’opera, giustizia e ordine pubblico non troverà ascolto, in particolare, tra i non votanti. In secondo luogo Sanders, convergendo con il Papa (cfr. l’enciclica “Magnifica Humanitas”), constata come la rivoluzione tecnologica in atto, determinata dall’intelligenza artificiale, appropriandosi di risorse morali ed intellettuali che costituiscono beni comuni, rafforza il controllo dei pochi sui tanti. Sánchez – non a caso oggetto di una campagna denigratoria dei media italiani – offre un’alternativa di politica europea, in chiara opposizione all’attuale dell’Unione Europea e dei governi conservatori o reazionari che la compongono. Forte di uno sviluppo economico ineguagliato nella stessa Europa, si oppone alla politica di riarmo guidata dagli Stati Uniti, riconosce lo stato di Palestina, accoglie la forza lavoro immigrata, salvaguardia il welfare dei cittadini mediando i conflitti tra le minoranze etniche. Un esempio per chiunque in Italia intenda offrire un’alternativa di governo tale da motivare al voto coloro che oggi, nelle piazze, invocano un’alternativa. Il programma? È scritto nella Costituzione. Contiene tutto ciò che serve e che la destra non può e né vuole offrire. Pane, pace e libertà – per tutti, senza eccezioni – a cui aggiungere ambiente; a spese dell’oligarchia che ci governa. Con una candidatura unificante (come sarà imposta dalla legge elettorale in gestazione), attraverso un accordo tra volonterosi. Altrimenti con le primarie, ma senza ulteriori ambagi.

(Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2026)

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