Mentre telegiornali, programmi di approfondimento e grandi testate erano impegnati a raccontare senza sosta le conseguenze dell’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran e le preoccupazioni politiche ed economiche legate alla situazione creatasi nello stretto di Hormuz, un silenzio quasi tombale ha accompagnato la Conferenza di Santa Marta, in Colombia, primo appuntamento internazionale dedicato esplicitamente alla transizione dai combustibili fossili. Eppure, il momento non avrebbe potuto essere più adatto. Se una crisi geopolitica basta a fare tremare mercati e governi e innalzare le bollette per i consumatori, vuole dire che la dipendenza da petrolio, gas e carbone non è solo un problema climatico. È una questione di sicurezza internazionale, sovranità economica, giustizia sociale e democrazia. La Conferenza di Santa Marta ha provato a dire proprio questo: il fossile è l’infrastruttura materiale di un ordine mondiale instabile, iniquo e violento.
Gli obiettivi della Conferenza di Santa Marta
A metà Aprile del 2026 ong ecologiste, movimenti e sindacati hanno inviato un appello[1] a deputati, senatori ed europarlamentari italiani chiedendo un impegno chiaro e coerente sull’uscita dai combustibili fossili e un ruolo attivo dell’Italia e dell’Unione europea nel rafforzare l’ambizione climatica internazionale. L’occasione era lo svolgimento della Conferenza internazionale sulla transizione oltre i combustibili fossili, che si sarebbe tenuta a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile 2026. La vasta rete di organizzazioni che ha deciso di attivarsi per sostenere questo appuntamento cruciale per il futuro climatico globale ha chiesto la definizione di tempistiche certe e obiettivi misurabili per l’abbandono delle fonti fossili grazie ad un’alleanza tra Stati e società civile e con l’adozione di un trattato internazionale giuridicamente vincolante per la progressiva eliminazione di carbone, petrolio e gas.
L’obiettivo era di dotare la comunità internazionale di uno strumento capace di governare il phase-out dei combustibili fossili e costruire un futuro sicuro e sostenibile. Un passaggio cruciale, mentre le emissioni globali continuano a crescere e la possibilità di contenere il riscaldamento entro 1,5°C si riduce rapidamente.
Le responsabilità negative del governo italiano
Le politiche energetiche del governo italiano sembrano fatte apposta per contraddire gli impegni assunti in sede internazionale, a partire dalla “transizione fuori dai combustibili fossili” decisa a Dubai nel 2023[2]. L’Italia ha infatti recentemente rinviato il phase-out dal carbone dal 2025 al 2038, posticipandolo quindi di ben tredici anni rispetto agli obiettivi precedentemente fissati, riaprendo la possibilità di utilizzo del combustibile più inquinante e motivando la decisione con esigenze di sicurezza energetica. Allo stesso tempo, il governo italiano ha sostenuto a livello europeo la necessità di allentare o sospendere il sistema Ets[3] (Emission Trading System), uno degli strumenti chiave della politica climatica europea, indicando chiaramente una direzione orientata alla riduzione dei vincoli ambientali piuttosto che al loro rafforzamento. A questo si è aggiunto un contesto geopolitico segnato da conflitti sempre più legati al controllo dello sfruttamento delle fonti fossili e da una crescente riallocazione delle risorse pubbliche verso il riarmo, a scapito degli investimenti nella transizione ecologica e nella protezione delle comunità più vulnerabili.
Le organizzazioni firmatarie dell’appello hanno chiesto alle rappresentanze parlamentari italiane ed europee di attivarsi concretamente, utilizzando tutti gli strumenti istituzionali a disposizione. In particolare, l’appello invitava a: interrogare il governo sul mandato con cui partecipare alla Conferenza; sostenere il percorso politico della Conferenza e delle proposte che ne sarebbero emerse nelle sedi nazionali ed europee; promuovere nel dibattito pubblico l’urgenza di una rapida uscita dai combustibili fossili; rafforzare politiche coerenti con una transizione energetica giusta; costruire una coalizione europea ad alta ambizione climatica. “In un momento storico segnato da crisi climatiche, guerre e disuguaglianze crescenti – si legge nell’appello – l’uscita dai combustibili fossili non è solo una necessità ambientale, ma una condizione per la giustizia globale e la costruzione di percorsi di pace”.
Le richieste non sono state accolte con particolare fervore, ma l’attenzione si è spostata nella città colombiana di Santa Marta dove 57 Paesi si sono dati appuntamento in un consesso di promettente prospettiva., mirante esplicitamente a colmare il divario tra impegni dichiarati e politiche effettivamente implementate che da decenni caratterizza le paludate dinamiche della governance globale del clima.
Santa Marta, città emblematica per il fossile
Santa Marta non è una città qualsiasi dove organizzare la prima conferenza internazionale sull’abbandono delle fonti fossili.[4] Se il Brasile aveva invitato il mondo alle porte della foresta amazzonica per la Cop30, la Colombia ha scelto la città famosa per le sue esportazioni di carbone per parlare di come fare finire l’era del carbone (del petrolio, e del gas). Il primo porto per l’esportazione del carbone fu costruito a Santa Marta nel 1982, una gigantesca infrastruttura che ha indebolito il turismo, distrutto gli habitat naturali, spezzato le comunità locali. Ma tutto ciò non importava perché quel porto era la rampa di lancio perfetta per fare uscire il carbone estratto dal dipartimento di Cesar, il cuore dell’industria mineraria colombiana. Dove il carbone ha devastato terre fertili e piene di acqua, causando decine di migliaia di sfollati interni, inquinando il suolo e i fiumi. Santa Marta è stata una zona di sacrificio, secondo il protocollo estrattivo che conosciamo. Le aziende arrivate con i loro macchinari erano i colossi globali del settore, Glencore e Drummond. La Colombia divenne il secondo produttore latino-americano di carbone. Poi è stato scoperto anche il petrolio, due miliardi di barili di riserve accertate. A Santa Marta, insomma, c’è la storia del fossile.
Lo svolgimento della Conferenza
Colombia e Paesi Bassi hanno fatto gli onori di casa con migliaia di delegati, scienziati e attivisti radunati non per negoziare, ma per scambiare idee e soluzioni, ascoltandosi e proponendo suggerimenti da trasferire alle prossime Cop per farne concreti percorsi laddove le trattative si erano arenate. Non si è trattato di una secessione dalla Cop 30, ma di un flusso parallelo. Come ha detto Amiera Sawas, head of research and policy del Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty: «Santa Marta ha deciso di non essere una negoziazione politica in modo da potere offrire spazio creativo alla ricerca di soluzioni di cui abbiamo disperatamente bisogno. Crediamo davvero che possa essere una svolta storica per la diplomazia climatica»[5].
In sostanza, l’obiettivo pratico della conferenza è stato l’impegno dei rappresentanti dei 57 Governi che riassumono il lavoro degli ultimi mesi. Un processo nato dopo Belém mediante la raccolta di contributi scritti da attori molto eterogenei: governi, esperti, scienziati, attivisti, sindacati e organizzazioni della società civile. L’obiettivo è costruire un processo attraverso cui le diverse comunità politiche e sociali possano articolare direttamente le proprie priorità e convergere su soluzioni condivise. Il flusso di lavoro costituisce il report finale, non come un accordo o una dichiarazione d’intenti tra paesi, ma come una raccolta di proposte e soluzioni da sottoporre ai paesi partecipanti alla prossima Cop 31 in Turchia. Santa Marta quindi, si inserisce qualificandosi come spazio complementare e non sostitutivo, in un percorso politico più ampio lanciato nel corso della Cop 30 di Belém dove il tema dell’uscita dai combustibili fossili non è riuscito a tradursi in un impegno vincolante, nonostante il sostegno di decine di Paesi.
Le linee di lavoro stabilite sono tre: trasformare le economie dipendenti dai combustibili fossili, sia dal lato export sia da quello del consumo, superando le dipendenze senza danneggiare occupazione e stabilità; trasformare offerta e domanda di combustibili fossili, con focus sulle alternative tecnologiche per elettrificazione e decarbonizzazione su larga scala; operare un cambiamento della cooperazione internazionale e della diplomazia climatica. Qui potrebbe emergere un salto di qualità politico, potenzialmente ispirato ad una proposta di trattato di non proliferazione delle fonti fossili sul modello di quello per il nucleare.
Le decisioni assunte
I rappresentanti di 57 paesi produttori e consumatori di combustibili fossili che rappresentano un quinto della produzione globale di carbone gas e petrolio e circa un terzo della domanda, insieme a parlamentari, accademici, sindacati, organizzazioni della società civile e rappresentanti dei Popoli Indigeni, comunità afrodiscendenti, movimenti per bambini e giovani e comunità contadine si sono riuniti per sei giorni a Santa Marta. La Conferenza si è tenuta sullo sfondo di una crisi energetica globale alimentata da conflitti armati e dalla crescente frustrazione verso i negoziati climatici delle Nazioni Unite, che per tre decenni non sono riusciti a limitare in modo significativo la produzione di combustibili fossili nonostante l’urgenza della crisi climatica.
L’evento è stato sollecitato dalla constatazione che i processi multilaterali esistenti non stanno dando risultati. Eppure, è forte la richiesta a defossilizzare l’economia globale e intraprendere transizioni giuste e questo slancio può e deve tradursi in azioni concrete radicate nei diritti umani. Il 25 aprile, i convocatori hanno annunciato la creazione di un nuovo comitato scientifico internazionale destinato a consigliare i responsabili politici sulla transizione energetica globale. Le comunità più colpite dall’estrazione dei combustibili fossili e dagli impatti climatici hanno utilizzato la conferenza per lanciare un chiaro avvertimento.
Attraverso una Dichiarazione del Popolo presentata durante l’incontro, i Popoli Indigeni, le comunità in prima linea e i movimenti sociali hanno chiesto una transizione immediata ed equa lontano dai combustibili fossili, basata sull’autodeterminazione, sulle riparazioni per i danni e nel rispetto dei diritti collettivi. Le Ong hanno delineato tre priorità fondamentali: la riforma dell’architettura internazionale degli investimenti, del commercio e della finanza; l’adozione di un Trattato sui Combustibili Fossili; lo sviluppo di piani nazionali di transizione giusta incentrati sui diritti umani e sulla protezione sociale.
La conferenza ha adottato un approccio più partecipativo e olistico rispetto alla maggior parte dei vertici multilaterali che l’hanno preceduta, accogliendo i contributi dei Popoli Indigeni, degli afrodiscendenti, dei bambini e dei giovani, dei sindacati e delle Ong, garantendo una partecipazione efficace e significativa di gruppi sottorappresentati nei consessi internazionali. La prima conferenza sulla Transizione dal Risparmio dei Combustibili Fossili non ha prodotto un esito politico negoziato. I coordinatori hanno indicato che un rapporto di sintesi sarà pubblicato nei prossimi mesi, probabilmente prima della Cop 31, e che il processo continuerà attraverso una seconda conferenza, che gli stati insulari Irlanda e Tuvalu hanno ufficialmente annunciato di co-ospitare a Tuvalu nel 2027, segnalando l’importanza continua della collaborazione Nord-Sud.
In particolare, la Dichiarazione del Popolo[6] tratta richieste come: una sospensione immediata di tutte le nuove licenze, esplorazioni e approvazioni per i combustibili fossili; piani nazionali di eliminazione graduale dei fossili che coprono sia la produzione che il consumo, allineati a 1,5°C; finanza pubblica per la transizione non creatrice di debito, ma basata su sovvenzioni; nessuna falsa soluzione, dato che le compensazioni di carbonio, la cattura e lo stoccaggio del carbonio, la combustione di ammoniaca e il gas come carburante di transizione prolungano la dipendenza dai fossili; la fine del militarismo, dell’aggressione imperialista e delle guerre per le risorse; il reindirizzo della spesa militare verso la giusta transizione non solo come imperativo morale, ma come imperativo climatico.
Si chiede inoltre un’inclusione significativa ed equa della società civile in tutte le future conferenze di questo processo. I governi devono andare oltre la consultazione verso una vera co-progettazione, con i contributi della società civile riflessi in modo sostanziale in tutti i documenti finali.
Il documento di posizionamento politico sindacale
Sicuramente di rilievo è il documento “Transizione giusta e democrazia energetica”[7] redatto dai sindacati presenti a Santa Marta (tra di loro anche la Cgil italiana) il cui contenuto può essere così riassunto.
La “transizione giusta” è vista come un cambiamento sistemico, con il rifiuto di processi che scaricano i costi della crisi climatica sui lavoratori o che aumentano le disuguaglianze tra Nord e Sud globale. C’è una richiesta di responsabilità riparative dal Nord globale, inclusa la cancellazione del debito verso il Sud globale e il trasferimento di tecnologie e risorse per la mitigazione e l’adattamento. Viene proposta una gestione pubblica e partecipativa dell’energia, che deve essere considerata bene comune e diritto umano, gestita pubblicamente con partecipazione comunitaria, contrastando la mercificazione e la privatizzazione. Si esprime con decisione una critica ai mercati del carbonio, geoingegneria e a meccanismi di “zero netto” che permettono alle multinazionali di continuare a inquinare.
Vengono poi indicate proposte operative come il superamento della dipendenza economica e la riconversione territoriale, intese come una pianificazione della decarbonizzazione con un dialogo sociale vincolante e una partecipazione democratica di comunità e di lavoratori. Si ipotizzano spazi istituzionali tripartiti dove i sindacati abbiano potere decisionale reale su piani climatici nazionali e settoriali, oltre a programmi di formazione tecnica e ricollocazione lavorativa con garanzia di impiego dignitoso e protezione sociale universale, finanziati tramite meccanismi di giustizia fiscale. Vengono poi consigliati servizi pubblici di qualità come base per la diversificazione economica e la resilienza sociale. La democratizzazione dell’energia è vista come gestione pubblica e comunitaria delle imprese energetiche, con espansione delle rinnovabili pubbliche e sviluppo di micro-reti sotto controllo sociale.
Si richiede il superamento delle leggi di privatizzazione e la promozione di cooperative e imprese sociali per dare alle comunità controllo su produzione e prezzi. Netta è la richiesta di proibire le esportazioni energetiche che alimentano guerre e crimini e della responsabilizzazione delle aziende lungo tutta la filiera. Per la cooperazione internazionale ed una nuova governance globale si ipotizza una riforma dell’architettura internazionale con trattati vincolanti (es. Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili) ed il monitoraggio sindacale. La lotta all’evasione fiscale si accompagna alla tassazione degli extra-profitti energetici. Il documento è attraversato da un approccio popolare, inclusivo e femminista, riconoscendo il lavoro di cura e la parità di genere nella contrattazione.
Tra i diritti dei lavoratori nelle proposte avanzate va rilevata la garanzia di impiego dignitoso durante la transizione energetica, con programmi di formazione tecnica e ricollocazione lavorativa, la protezione sociale universale, inclusa la sicurezza del reddito e l’accesso alla salute, anche tramite il riconoscimento di malattie professionali e possibilità di pensionamento anticipato. Si rivendica la partecipazione effettiva dei sindacati nei processi decisionali, con spazi istituzionali tripartiti e potere decisionale reale su piani climatici e settoriali. Si chiede il miglioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto nei settori più esposti agli impatti climatici (agricoltura, edilizia, trasporti, servizi pubblici). Si insiste sul riconoscimento e la tutela dei lavoratori informali, ambulanti, del riciclo e dei servizi di cura. Si sottolinea la necessità della promozione della parità di genere e del riconoscimento del lavoro di cura nelle decisioni e nelle politiche di transizione. Si considera indispensabile il coinvolgimento diretto dei lavoratori, delle comunità e dei popoli originari nei processi di pianificazione e gestione della transizione. Si ribadisce la necessità dell’applicazione degli standard fondamentali dell’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) per prevenire il lavoro precario e garantire diritti lungo tutta la filiera delle energie pulite e per fare in modo che la transizione energetica non scarichi i costi sui lavoratori e invece favorisca una società più equa e resiliente. Queste proposte puntano a una transizione energetica che sia realmente giusta, democratica e sostenibile, mettendo al centro i diritti dei lavoratori, la sovranità dei popoli e la tutela dei beni comuni.
Un bilancio della Conferenza
Santa Marta, Colombia, è stata molto più di una cronaca di una conferenza: è emersa come una tappa decisiva nella costruzione di una diplomazia climatica plurale, operativa e, soprattutto, orientata all’uscita dai fossili. Il setting non era casuale. Mentre la geopolitica energetica globale con i suoi rischi e le sue economie di rendita continua a influenzare mercati, bollette e decisioni politiche interne, a Santa Marta si è cercato di offrire una cornice nuova per pensare alla transizione non come una promessa sospesa nel futuro, ma come un processo concreto, guidato da dati, regole, strumenti finanziari e cooperazioni tra attori diversissimi. Il cuore della Conferenza non ha prodotto un nuovo trattato vincolante, ma ha definito un metodo e tre filoni operativi per muovere dalla teoria della transizione a progetti e tempi concreti: roadmap nazionali e regionali per l’uscita dai fossili.
Si è provato a tracciare percorsi chiari, con obiettivi, strumenti e pianificazioni legate a lavoro, territori e giustizia sociale; si è lavorato sulle dipendenze macroeconomiche: debito, sussidi, costo del capitale, riforme necessarie per spostare risorse dai combustibili fossili verso investimenti in efficienza e rinnovabili, cooperazione tra Paesi produttori e consumatori per trasformare investimenti e bilance commerciali.
L’obiettivo è allineare gli interessi di chi estrae e di chi consuma, riducendo l’imprevedibilità geopolitica che deriva dall’attuale modello basato sulla rendita fossile. In aggiunta, è stato istituito uno strumento pratico di rilievo: lo Scientific Panel for Global Energy Transition, lanciato da Johan Rockström e Carlos Nobre, pensato come un panel scientifico parallelo a quello dell’Ipc per accompagnare i Paesi nella costruzione di traiettorie coerenti con l’obiettivo di 1,5°C. Il panel dovrà identificare ostacoli tecnici, finanziari e politici, proporre soluzioni e definire traiettorie di decarbonizzazione verificabili, con l’obiettivo di fornire un ingresso immediato a piani e risorse disponibili, in modo da non rimandare ancora decisioni necessarie.
La diplomazia climatica comincia a diventare meno rituale e più operativa. Santa Marta ha prodotto anche una cornice istituzionale più ampia: un modo per superare l’impasse tipico delle Cop, dove una minoranza può bloccare proposte condivise. Qui si è scelto di lavorare in parallelo, tenendo aperta la porta a una cooperazione multilaterale più ampia senza pretendere un consenso universale in tempi stretti. In questo senso, la conferenza è stata presentata come un modo per rompere l’immobilismo e mettere in moto dinamiche che, pur restando legate al sistema delle Nazioni Unite, non si sentono vincolate al carrozzone Onu ma cercano di incidere su processi concreti durante la lunga marcia verso le prossime Cop.
La narrativa di Santa Marta è stata accompagnata da una chiara dichiarazione di ciò che non si nasconde più: la transizione non è rinviabile né facoltativa, ma necessaria per ridurre vulnerabilità geopolitiche, stabilizzare economie tendenzialmente dipendenti dalla rendita fossile e proteggere comunità e territori dallo sfruttamento e dalla crisi climatica. In quest’ottica, il panel scientifico e la cooperazione tra produttori e consumatori diventano strumenti essenziali per tradurre gli obiettivi in piani operativi, finanziamenti mirati e strumenti di governance capaci di affrontare i conflitti sociali e le resistenze industriali.
La presenza europea e italiana
L’Europa era presente in modo un po’ informale con quindici attori integrati: 14 Stati membri e la Commissione. La presenza non era priva di ambiguità. Bruxelles tende ancora a enfatizzare la riduzione delle emissioni e decarbonizzazione, ma la linea indicata dalla partecipazione europea è stata chiara: non si può chiedere una riduzione del 90% entro il 2040 senza eliminare radicalmente i combustibili fossili. Wopke Hoekstra, commissario al clima, ha sottolineato questa esigenza con franchezza. Nel frattempo, la Francia ha presentato una roadmap nazionale molto concreta: uscita dal carbone entro il 2030, dal petrolio entro il 2045, dal gas entro il 2050, con stop progressivo ai nuovi permessi di sfruttamento e una pianificazione industriale mirata a elettrificazione, calore, trasporti e industria. È una bussola importante perché sposta la discussione dalla genericità degli impegni a programmi pubblici concreti, con date certe e strumenti per attuarli, anche se restano dubbi circa l’equilibrio tra transizione e vulnerabilità energetiche se si continua a dipendere da elementi importati o da infrastrutture fossili.
L’Italia era presente non in modo ufficiale e la delegazione ha fornito segnali timidi: nessun annuncio di alto livello e una sobria nota d’ombra sull’impegno interno. Il governo italiano ha mantenuto una posizione fragile tra partecipazione simbolica e continuità di politiche che, a livello domestico, continuano a privilegiare gas e nuove infrastrutture fossili rispetto a una decisa retromarcia verso le rinnovabili. Nel contesto di Santa Marta, si è osservato un paradosso: partecipare a una conferenza sull’uscita dai fossili mentre a casa si continua a trattare il gas come infrastruttura strategica e si rinvia il phase-out del carbone. È stato segnalato che, contemporaneamente, il governo ha promosso misure di breve periodo a fine aprile, tra fiduce e provvedimenti che rallentano la transizione. L’esame di metodi e strumenti europei non ha trovato riscontro immediato nel quadro interno, dove permangono sussidi dannosi, incentivi all’uso di combustibili fossili e un approccio ancora troppo cauto rispetto a una deviazione audace dalle infrastrutture fossili verso le rinnovabili.
E’ utile però evidenziare il punto di vista della società civile italiana. La conferenza è stata accompagnata da un rilievo significativo della nostra società civile: senza questa spinta, Santa Marta non avrebbe avuto da noi la stessa risonanza né lo stesso rilievo. In ambito nazionale, la partecipazione della società civile italiana è infatti stata attenta e produttiva: si sono sentite proposte concrete, si è vista all’opera una rete di associazioni che hanno spinto per una presa di posizione politica più decisa. Questa dinamica dimostra che l’azione dal basso può incidere anche quando la scena pubblica è meno pronta. All’esterno, la situazione italiana sembrava segnata da un contrasto tra dichiarazioni e pratiche: da una parte la parvenza di realismo energetico, dall’altra una spinta verso una trasformazione che coinvolga giovani, territori, imprese innovative e reti civiche.
In questo contesto, il dibattito europeo si è rafforzato: il Green Deal europeo resta al centro, ma è sottoposto a pressione. Il caso francese, con una tabella di marcia chiara, fornisce uno standard importante; l’Italia, pur presente, resta chiamata a trasformare la partecipazione in azioni concrete, date e strumenti di finanziamento, oltre a riconsiderare l’uso di infrastrutture fossili e l’entità dei sussidi ambientalmente dannosi.
Il People’s Summit[8] ha messo insieme centinaia di organizzazioni e una dichiarazione che chiede l’eliminazione dei meccanismi che permettono alle compagnie petrolifere di citare in giudizio gli Stati. La Coalizione del Fossil Fuel Treaty[9] riceve supporto da premi Nobel, istituzioni internazionali e migliaia di organizzazioni e scienziati.
La prossima tappa a Tuvalu
Un particolare segnale politico è rappresentato dall’impegno per la prossima tappa: la seconda Conferenza è prevista per il 2027 a Tuvalu, co-presieduta dall’Irlanda. Si tratta di una scelta che sposta l’attenzione verso il Pacifico, dove l’innalzamento del mare è una minaccia quotidiana e non una previsione astratta. Questo fanno capire gli organizzatori: la transizione non è solo un traguardo tecnico, ma un movimento geopolitico che deve includere aree vulnerabili e spesso tagliate fuori dai grandi tavoli decisionali. Sarà cruciale osservare come l’agenda pragmatica di Santa Marta verrà tradotta in azioni tangibili in Paesi che affrontano crisi climatiche immediate e pressioni legate a patrimonio naturale, economia e tradizioni.
Comunque, l’era fossile non finirà da sola. La Conferenza di Santa Marta chiude con una nota ambiziosa ma incoraggiante: non è la fine di un percorso, bensì l’inizio di una nuova frontiera diplomatica climatica, più plurale, più operativa e finalmente capace di sfatare i tabù del fossile. Come ha sottolineato la ministra colombiana Inés Vélez, rimuovere i tabù è già una trasformazione politica. Ma ora serve tradurre questa tensione in regole, strumenti finanziari, politiche pubbliche, perché la transizione non avverrà automaticamente. Abbiamo la necessità è di chiudere l’era fossile, non di continuarla in modo graduale. In questa urgenza, l’Italia è chiamata a trasformare la propria presenza in scenari concreti: una roadmap nazionale, una revisione dei sussidi, un ripensamento delle infrastrutture e una coerenza tra obiettivi climatici e politiche industriali.
Resta da vedere se l’Italia sarà in grado di tradurre la presenza a Santa Marta in una azione politica coerente: utilizzare risorse naturali dove si trovano, senza inseguire capricci regionali, e orientare investimenti pubblici e privati verso la decarbonizzazione, l’efficienza energetica e la giustizia tra i territori. Anche il tema dell’inclusione sociale e della tutela delle comunità locali è centrale: una transizione giusta non può essere una promessa vuota, ma un processo che cura i costi sociali e crea occupazione in settori moderni, innovativi e resilienti. Ma il Governo attuale non lascia certo ben sperare.
In sintesi, Santa Marta ha segnato un cambio di passo: non un punto di arrivo, ma una dinamica di riavvio, un’apertura a una politica climatica più audace e operativa. La sfida per l’Italia è duplice: uscire da una retorica di “realismo” che si traduce in immobilismo, e tradurre l’energia civica, le competenze scientifiche e la pressione sociale in politiche pubbliche efficaci, capaci di accompagnare la transizione con coerenza, tempi certi e strumenti concreti. Se questa trasformazione dovesse avvenire, l’Italia potrà tradurre le promesse in azioni, e la transizione in una realtà quotidiana per lavoratori, territori e comunità entro un continuo mutamento climatico.
[1] V. https://www.wwf.it/pandanews/clima/clima-appello-ai-parlamentari-italiani-verso-la-conferenza-di-santa-marta/
[2] V. https://www.cnsonline.it/le-principali-conclusioni-e-punti-chiave-della-cop28/
[3] V. https://www.tuttoambiente.it/commenti-premium/emission-trading-system-eu-ets/
[4] V. Ferdinando Cotugno, Areale N.290 del 24 Aprile 2026
[5] V. https://www.michelenardelli.it/commenti.php?id=5319
[6] V. https://climatenetwork.org/2026/04/30/santa-marta-plants-the-seeds-of-a-fossil-free-future-civil-society-will-hold-governments-to-account/
[7] V. https://www.tuedglobal.org/bulletins/trade-unions-santa-marta
[8] V. https://www.italiaclima.org/santa-marta-risultati-politici/

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.