Guerra e pace sono comprese nella medesima forma politica la quale non può darsi escludendo uno dei suoi poli. In altre parole ogni “forma guerra” non può che essere compresa nella sua “forma pace”. Non esiste la guerra ma le guerre le quali sono sempre il frutto di formazioni politiche storicamente determinate. (G. BAUSANO, E. QUADRELLI, Classe, partito, guerra)[1].
La forma della guerra
Per comprendere il dilagare della militarizzazione nei luoghi di istruzione, e più in generale nell’intera società, occorre allargare lo sguardo oltre il fenomeno e tentare di abbracciare gli elementi strutturali ad esso sottesi.
Dietro ogni militare che entra in una classe della scuola italiana stanno infatti i radicali cambiamenti geopolitici
che hanno interessato il mondo dopo la fine della guerra fredda, svolte profonde che hanno impattato l’economia, la politica, l’organizzazione degli eserciti e i rapporti di classe all’interno e all’esterno degli stati.
Ciò che qui preliminarmente interessa ai fini dell’analisi è mettere a fuoco il cambiamento che ha investito la forma della guerra, tenendo presente che essa è sempre espressione dei rapporti sociali e permea di sé la relazione che le classi dominanti stabiliscono con i subalterni sia a livello nazionale sia sovranazionale.
Dopo la caduta del muro di Berlino si sono dispiegate numerose guerre condotte dagli USA per mezzo del suo braccio militare NATO, operazioni militari miranti a destabilizzare aree da portare sotto il proprio controllo; la caratteristica principale di tali guerre era il fatto che si trattava di guerre asimmetriche: ex Jugoslavia, Kossovo, Afghanistan, Iraq, Libia sono state guerre giocate sul grande vantaggio tecnologico del mondo occidentale; l’asimmetria delle forze in campo aveva prodotto delle vere e proprie “guerre lampo”[2]: questa tipologia di guerra non richiedeva un esercito numeroso, erano sufficienti top gun ben addestrati in grado di utilizzare le tecnologie avanzate di cui gli avversari non disponevano; in alcuni casi queste guerre lampo potevano anche trasformarsi in guerre a bassa intensità e/o guerre ibride e potevano rimanere tale per molti anni, per poi magari sfociare in ritirate precipitose, come accaduto in Afghanistan. In questi scenari le perdite umane occidentali sono state, nel complesso, contenute e spesso maturate nella fase successiva alla guerra guerreggiata, mentre molto alto è stato il numero delle vittime civili.
Oggi questa tipologia di guerra è messa in discussione: le prime avvisaglie si sono viste con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad forniscono la Russia, ma anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad continua ancora oggi a guidare il Paese.
È in Siria che si conclude la fase delle guerre lampo asimmetriche e si inizia a intravedere un cambiamento profondo, che poi diventerà manifesto con la guerra in Ucraina, una guerra lunga e che anzi ci viene presentata costantemente come una guerra che non si risolverà in tempi brevi. La forma della guerra dunque è cambiata: è scesa a terra e recupera i caratteri classici della guerra tra nazioni di simile forza militare; i top gun sono ora affiancati da decine di migliaia di soldati perché la simmetria delle forze in campo richiede la conquista del terreno palmo a palmo e, per quanto la propaganda sia una fitta nebbia dentro la quale è difficile districarsi, il numero dei morti (e precisamente dei morti militari) è enorme e non bastano più i contractor, mercenari organizzati in vere e proprie compagnie di ventura contemporanee, che abbiamo imparato a conoscere.
Siamo di fronte a un conflitto per la rideterminazione delle egemonie a livello globale che dunque passa necessariamente da un confronto tra le grandi potenze e questo scontro armato si dispiega in forme nettamente differenti dalle guerre degli anni Novanta e del primo decennio del Duemila.
È questo cambiamento della forma della guerra che modifica in profondità la postura che le classi dirigenti assumono sia per quanto riguarda le strategie comunicative nei confronti delle proprie opinioni pubbliche sia per ciò che concerne l’organizzazione concreta degli eserciti da impiegare nel conflitto.
La forma della guerra, la sua narrazione e la cultura della difesa
Nei lunghi decenni della guerra fredda era l’ideologia capitalismo vs comunismo a giustificare l’enorme investimento di denaro pubblico nel comparto militare; dopo la caduta del muro le cose si fanno più complesse: l’offensiva che la NATO porta nel settore mediorientale ha bisogno, oltre che di un forte casus belli (il crollo delle torri gemelle), anche di adeguate narrazioni rivolte alle opinioni pubbliche occidentali affinché non creino attriti nella lunga fase post-bellica.
È intorno al 2000 che si inizia a parlare di STRATCOM cioè di strategia della comunicazione, nata in ambito NATO e poi, a cascata, adottata dai paesi membri; si sviluppano così una teorizzazione, una strategia e una pratica rivolte sia alle popolazioni extraeuropee invase (che devono accettare i piani di controllo del territorio) sia alle opinioni pubbliche occidentali. L’obiettivo è semplice e dichiarato: «Sforzi mirati del Governo degli Stati Uniti per comprendere e coinvolgere key audience al fine di creare, rafforzare o preservare le condizioni favorevoli al progresso degli interessi, delle politiche e degli obiettivi dell’USA»[3].
Ogni piano militare deve dunque, strategicamente, essere dotato di un preciso piano di comunicazione perché ideologia e propaganda sono vere e proprie “armi di guerra” che le classi dirigenti utilizzano per avere l’appoggio dell’opinione pubblica ogniqualvolta, per difendere i propri interessi di classe, decidono di trascinarla in un conflitto armato.
Ciò che qui interessa è riflettere sulle modalità attraverso le quali questa strategia comunicativa è rivolta alle opinioni pubbliche occidentali; facciamo un unico esempio relativo alla guerra in Afghanistan (che dobbiamo, come moltissime altre informazioni, all’azione di Wikileaks): nei documenti della CIA ci si rallegra del fatto che in Occidente si registri una certa apatia rispetto al conflitto, ma si preparano comunque strategie diversificate da Paese a Paese nel caso si verificasse un mutamento di orientamento: «Il tema dell’educazione delle donne potrebbe provocare indignazione per un’opinione pubblica largamente laica come quella francese»; mentre per la Germania occorreva puntare su «messaggi che illustrino come una sconfitta in Afghanistan possa aumentare il rischio che la Germania sia esposta al terrorismo, al traffico di droga e all’arrivo di rifugiati»[4].
Ma, soprattutto, la strategia comunicativa puntava a tenere le guerre lontane dal grande pubblico: gli Stati impegnati nelle coalizioni delle guerre asimmetriche, per la velocità delle operazioni e per l’esiguità delle perdite umane occidentali, non avevano la necessità di avere dietro le spalle un forte appoggio delle loro popolazioni; erano anzi guerre negate di fronte alle proprie opinioni pubbliche, guerre che non dovevano nemmeno apparire tali, definite “guerre umanitarie” o “operazioni di polizia internazionale”; le loro vittime, massimamente civili, non dovevano apparire, se non in modo indistinto.
La nuova forma della guerra simmetrica invece ha altre necessità: un conflitto che tende ad essere una guerra totale non può essere vinto senza l’appoggio delle popolazioni delle nazioni coinvolte perché i cittadini devono essere pronti a sopportare i sacrifici che la guerra comporta da un punto di vista economico (e l’obiettivo del 2% del PIL e il conseguente disinvestimento in stato sociale indica l’enormità delle risorse economiche coinvolte).
È dunque imprescindibile una forte azione di propaganda: nelle nostre case, a differenza di quanto succedeva prima, entrano quotidianamente immagini ben definite delle vittime ucraine, che ci parlano della loro disperazione guardandoci negli occhi; la narrazione della guerra punta dritta a muovere la nostra empatia perché questa guerra, a differenza dei conflitti asimmetrici, deve essere molto presente nel nostro quotidiano.
Ma una guerra che tende ad essere totale non può costruire il consenso delle popolazioni solo attraverso l’esibizione del dolore delle vittime; è necessario che i cittadini e le cittadine riattivino un’identificazione con l’esercito, che lo percepiscano come parte integrante e positiva della nazione. Da qui l’esplosione della presenza di uomini e mezzi militari nelle nostre città e nelle nostre scuole nelle più svariate occasioni, momenti in cui l’esercito viene presentato con il suo volto positivo, quale strumento essenziale nelle situazioni di emergenza (soccorso nelle calamità, hub vaccinali, operazione strade sicure, trasporto organi per trapianti, ecc.) o come settore trainante dell’economia in varie sfaccettature. Questi militari sembrano insomma fare di tutto tranne che la guerra.
Da questo punto di vista particolarmente interessante e illuminante è un documento del 2019, il Piano di comunicazione della Difesa: si tratta di un lungo documento (228 pagine) in cui la Difesa elenca un numero imponente di progetti (ben 196) presentati attraverso schede analitiche in cui si individuano le attività, i luoghi, i destinatari, i costi, l’impatto previsto, ecc. Le occasioni di intervento sono le più disparate: si va da quelle più scontate (come l’organizzazione della giornata del 4 novembre) a quelle più inattese come la presenza dei militari alla giornata fiorentina della “Città dei bambini”, al salone del libro di Torino, al Festival della scienza a Genova, a Matera per le attività inerenti alla Capitale europea della cultura, a Lucca Comic’s, al Motor show di Modena, al museo archeologico di Napoli, alla presenza nei centri commerciali, alla progettazione di produzione televisive incentrate sul personale e i valori militari[5], fino addirittura all’infiorata di Noto, senza dimenticare che uno dei progetti prevede la formazione di personale militare che dovrà essere in grado di svolgere in maniera efficace il contatto con i civili durante le azioni di propaganda.
È evidente che qui non siamo più di fronte a una strategia comunicativa di supporto a un conflitto in corso, ma a una propaganda estremamente capillare con una finalità diversa: entrare nel corpo vivo del Paese e, come viene esplicitamente affermato nell’introduzione al documento, porre come obiettivo principale
Quello di costruire un modello di riferimento in cui la Funzione Difesa e il suo braccio operativo, lo Strumento Militare, siano percepiti come fattori imprescindibili del sistema nazionale ed internazionale di sicurezza e difesa, posti a tutela e garanzia delle nostre libertà e coerentemente inseriti in una strategia che coinvolga tutte le capacità esprimibili dalla nostra società. A tal fine, sarà necessario porre in essere azioni comunicative attive che siano in grado di veicolare efficacemente l’immagine di un siffatto Comparto Difesa, coeso, unitario, pronto, efficace, integrato e in grado di esprimere tecnologie all’avanguardia, non tralasciando gli oneri che ciò comporta.[6]E ancora:
Promuovere la condivisione dello stesso quadro di valori tra i cittadini e le Forze armate, allo scopo di consolidare il senso identitario e di appartenenza alla Nazione; favorire il processo di diffusione e condivisione generale della cultura della Difesa attraverso la conoscenza, la consapevolezza e il sostegno dei cittadini alle attività delle Forze armate, sia quelle svolte all’interno del territorio nazionale sia quelle svolte a supporto degli impegni internazionali assunti dal Paese.[7]
È per questo motivo che moltissimi dei 196 progetti del Piano di Comunicazione della Difesa hanno come destinatario privilegiato i giovani; ed è per questo che la Difesa ha da tempo individuato nelle scuole un terreno da arare: a partire dalla scuola dell’infanzia fino agli Istituti Superiori non si contano gli interventi di esercito e forze dell’ordine; la cultura della difesa attecchisce meglio in età e luoghi predisposti all’apprendimento e sono le stesse forze armate a pressare le scuole, ad avere un programma serrato di penetrazione, aiutate dallo stesso ministero o dagli uffici scolastici regionali e provinciali, che premono sui presidi che a loro volta premono sui docenti. E così sempre più spesso assistiamo a scene degne del ventennio, con bambine e bambini e ragazze e ragazzi che, con la mano sul cuore, cantano l’inno nazionale alla cerimonia dell’alzabandiera attorniati da militari.
Siamo cioè pienamente dentro quella cultura della difesa che è una strategia pensata, finanziata, con obiettivi politico-economico-culturali precisi e che il Ministro Crosetto, appena insediato, ha rilanciato con l’istituzione del Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della difesa[8].
Si tratta di una strategia che punta a costruire intorno al comparto della difesa un nodo culturale, ma anche economico, perché l’economia deve girare intorno agli investimenti, all’innovazione e alle capacità produttive dell’intero comparto industriale; da qui la pervasività nei confronti anche dell’università in cui la favola del dual use apre le porte ad investimenti sempre più massicci delle aziende militari, a fronte anche del continuo disinvestimento statale nella ricerca che ne esce così pesantemente ridimensionata nei suoi spazi di libertà. Da questo punto di vista il rapporto Draghi sul futuro della competitività, presentato alla Commissione europea lo scorso 9 settembre, indica e conferma che il settore della difesa è strategico e trainante per l’economia europea.
Si tratta dunque di portare al centro sia strutturalmente che ideologicamente il settore militare e benché i governi abbiano da tempo lasciato al proprio destino la scuola pubblica, ora la sua storica funzione di trasmissione dell’ideologia dominante viene fortemente riattivata9.
Da questo punto di vista il territorio della scuola si rivela strategico per respingere la cultura della difesa: come conciliare la funzione costituzionale e istituzionale della scuola pubblica italiana con la presenza al suo interno di militari e della cultura militare? Come conciliare i Piani dell’Offerta Formativa (e/o i Patti di corresponsabilità con le famiglie), che riportano sempre l’importanza della pace e dell’educazione alla pace, con attività “didattiche” svolte da militari? La contraddizione
dell’Associazione Big Data), Filippo Maria Grasso (Direttore Relazioni Istituzionali di Leonardo). 9 Si vedano a questo proposito le nuove linea guida per l’educazione civica del ministro Valditara o la legge del 28 febbraio 2024 che istituisce per il 4 novembre la giornata nazionale delle forze armate che prevede un forte coinvolgimento delle scuole o le circolari ministeriali che invitano le scuole a onorare il giorno dell’Unità nazionale con tanto di canto dell’inno.
è talmente forte ed evidente che la scuola rappresenta un luogo privilegiato da cui contrastare la cultura della difesa: la scuola è molto importante per loro, ed altrettanto forte deve essere su questo terreno l’organizzazione della resistenza.
Ma se tutto questo non bastasse, c’è ancora un altro motivo, preciso, concreto, stringente per il quale la forma contemporanea della guerra ha bisogno delle nostre scuole.
Oltre alla penetrazione ideologica, gli interventi rivolti ai giovani fuori e dentro le scuole perseguono esplicitamente il fine del reclutamento.
E d’altra parte ciò è comprensibile poiché il problema del reclutamento è oggi uno dei problemi centrali che le classi dirigenti europee devono velocemente affrontare: è ancora una volta il cambiamento della forma della guerra ad imporre un’inversione di rotta del modello di esercito che si era affermato negli ultimi decenni.
La forma della guerra e le manovre sulla leva obbligatoria
Tra la seconda metà degli anni Novanta e la prima metà dei Duemila gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale hanno abolito la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa, ma soldati professionisti padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi.
È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: a uno Stato che riserva le briciole ai propri cittadini corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.
Ma a venti/trent’anni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo (basti guardare il numero e la tipologia dei morti: enormemente di più i caduti militari rispetto ai civili, dati inversi a ciò che è accaduto nelle guerre asimmetriche degli anni Novanta e Duemila).
L’abolizione della leva è dunque ora un handicap e non a caso in tutta Europa si torna a parlare con insistenza del ripristino della leva militare in forme più o meno obbligatorie: non sono più sufficienti soldati altamente formati nell’uso della tecnologia militare adiuvati dai contractors, oggi è necessario avere a disposizione un bacino di militari decisamente più ampio, a fronte anche dell’inequivocabile calo dei reclutamenti e dell’aumento dell’età media del personale militare. E dunque il problema che hanno di fronte le classi dirigenti è quello di trovare forme e modalità per ripopolare le caserme che, praticamente in ogni paese europeo, soffrono di sindrome da svuotamento.
Le direttrici, strettamente legate, su cui si stanno muovendo i vari paesi sono sostanzialmente due: potenziamento della riserva militare e ritorno a forme velate di leva obbligatoria. Così la Francia ha programmato di passare dai 77.00 riservisti (dato 2022) a 100.000, intervenendo anche sull’innalzamento dei limiti di età; la Danimarca, Paese in cui la leva non è mai stata abolita, ha deciso di estendere il servizio militare obbligatorio anche alle donne e di portarlo dagli attuali 4 mesi a 11 mesi; la Polonia, che sta portando le spese militari al 4% del PIL, punta a raddoppiare in dieci anni il numero dei militari; in Germania è in discussione di un progetto di legge per il ripristino della leva “obbligatoria” sul modello scandinavo al quale, in modi simili, sta guardando un po’ tutta Europa, Italia compresa.
E anche in Italia il governo si muove tra istituzione della riserva (che nel nostro Paese non era mai esistita) e forme di reintroduzione della leva.
La riserva militare in Italia
La proposta di legge n.1702 (primo firmatario Minardo, Lega) punta a inserire per la prima volta nell’ordinamento italiano una riserva ausiliaria dello Stato, una riserva sul “modello israeliano” come ha dichiarato lo stesso ministro Crosetto. Sarebbe interessante ripercorrere la storia di questo progetto di legge per mettere in luce come le varie proposte di riserva militare mutino al mutare della forma concreta della guerra; lo stesso Crosetto nell’audizione alle Camere del 1° febbraio 2024 ha dichiarato:
La situazione Ucraina ci ha messo di fronte alla necessità di avere forze armate diverse da quelle che pensavamo prima; […] la differenza qual’è? È che la riserva che potevamo pensare due anni fa è completamente diversa dalla riserva a cui pensiamo oggi perché due anni fa con il termine riserva potevo pensare a qualche ingegnere, qualche avvocato, qualcuno da portare dal mondo esterno; adesso se penso a una riserva devo pensare a quel tipo di riserva (una riserva tecnica), ma anche a una riserva che qualora ci fosse la necessità di sopravvivenza dello stato possa essere attivata.
E Crosetto non sbaglia quando sottolinea il dato politicamente più significativo: «Ho visto anche che c’è stata anche qualche polemica sulla riserva: la riserva non è un’idea del ministro, è una delega che io ho ereditato dal Parlamento da quando non ero ministro»; Crosetto ha ragione, perché l’istituzione di una riserva ausiliaria fu inserita come delega al governo nella Legge 119 del 5 agosto 2022 (governo Draghi) e in sede di votazione si registrarono 384 favorevoli e solamente tre astenuti, a dimostrazione di come i processi che stiamo analizzando siano assolutamente bipartisan[9].
Cosa prevede dunque la proposta di legge? Si tratta tecnicamente di una modifica all’art. 887 del codice dell’ordinamento militare (D. Lgs n.66 del 15.03.2010); con la nuova proposta di legge viene istituita una riserva ausiliaria di 10.000 unità composta su base volontaria da ex militari cessati dal servizio che non abbiano superato i 40 anni; essa può essere mobilitata «in tempo di guerra o di grave crisi internazionale o in situazioni di grave crisi suscettibili di ripercuotersi sulla sicurezza dello Stato ovvero per la difesa dei confini nazionali o per attività complementari, logistiche e di cooperazione civile militare». Ma la riserva potrà anche essere adibita al «presidio del territorio, anche in concorso con le Forze di polizia ad ordinamento civile e militare, in caso di dichiarazione dello stato di emergenza di rilievo nazionale da parte del Consiglio dei ministri»[10].
La necessità e le difficoltà del ritorno alla leva di massa
La proposta di legge presentata dalla Lega (primo firmatario Eugenio Zoffili) arriva dopo una serie di uscite pubbliche di altri esponenti del governo, in primis La Russa che aveva annunciato una mini-naja di 40 giorni, su base volontaria, che avrebbe dato accesso a tutta una serie di benefici come crediti scolastici, riserve di posti per i concorsi pubblici, ecc.
La volontarietà invece sparisce nella proposta della Lega che aumenta fino a sei mesi il periodo di leva per ragazzi e ragazze dai 18 ai 26 anni che potranno scegliere tra servizio militare e servizio civile; questa proposta, resa pubblica in modo sospetto a ridosso delle elezioni, ha subito ricevuto critiche dal ministro Crosetto, che ha contestato il valore educativo del servizio di leva, ribadendo che l’educazione si fa in famiglia e a scuola.
La reazione di Crosetto, la pluralità di proposte da parte dell’attuale maggioranza mostra quanto difficile sia per qualunque governo trovare una strada praticabile per rispondere alla necessità di implementare il numero di soldati disponibili. Il problema che hanno i politici italiani è condiviso da tutti i governi europei: come reintrodurre l’obbligo militare senza incontrare l’ostilità delle popolazioni? Come ricostituire una leva pronta da spendersi in una guerra simmetrica che è già all’orizzonte quando nessuna opinione pubblica accetterebbe giovani morti per obbligo di legge? Come poter ricostituire quel “patto” che si era creato negli anni della guerra fredda tra classi dominanti e eserciti di massa che è stato spezzato da decenni di neoliberismo[11]?
In questo panorama, da più parti ha cominciato a farsi strada quello che viene chiamato il “modello scandinavo” che prevede un mix tra obbligatorietà e volontarietà. Il meccanismo di base è quello di inserire, in qualche forma, l’obbligo a presentarsi alla visita; la necessità è da un lato di selezionare gli abili alla leva e dall’altro di aumentare potentemente il bacino dei possibili volontari[12].
L’altra strada attraverso la quale sembrano muoversi altri Paesi è quella della contiguità tra servizio civile e servizio militare; ad esempio la Francia (dove esiste il problema di una popolazione giovanile, in particolare quella delle banlieues, da riportare nei confini dell’ordine e dello stato) ha da tempo istituito, al momento su base volontaria ma con la dichiarata intenzione di renderlo obbligatorio, un “servizio civile universale” in cui i giovani tra i 16 e i 25 anni prestano un servizio civile che può variare dai 6 ai 12 mesi; il progetto ha attirato molte critiche per il labile confine tra servizio civile e servizio militare: si indossa una divisa, si partecipa alla cerimonia dell’alzabandiera, si canta l’inno nazionale e non è escluso che il servizio si svolga proprio presso caserme.
La proposta di Salvini sembra andare in questa direzione: obbligo sì, ma scelta tra servizio militare e quello civile; in questo modo il bacino di giovani a cui lo Stato potrà rivolgere la proposta del servizio militare sarà amplissima e di conseguenza aumenteranno in modo significativo i volontari; inoltre sarà possibile avere uno screening completo degli abili all’arruolamento[13] e nel contempo costruire in caso di necessità una riserva per sottrarre i militari attualmente impegnati in compiti civili[14].
Conclusioni
Ciò che qui si è discusso vuole portare un contributo all’analisi della crescente militarizzazione degli spazi pubblici.
Si tratta di un’offensiva ideologica che trova uno spazio privilegiato sul terreno della scuola, sia verso bambine e bambini (che sin da piccoli devono sognare di fare i militari) che soprattutto verso i ragazzi e le ragazze delle scuole medie e superiori, vero bacino di reclutamento soprattutto nelle zone del paese in cui più drammatica è la disoccupazione giovanile.
Il fenomeno va inserito in un orizzonte strutturale in cui le classi dominanti cercano di riagganciare le masse per utilizzarle ai propri fini nell’orizzonte di guerra che si profila. La cultura della difesa è l’altra faccia della repressione: i decreti sicurezza che ha varato il governo Meloni saranno utilizzati per soffocare quanto e quanti, precipitati in una crisi economica sempre più drammatica, non saranno disposti a credere che “gli interessi nazionali” coincidano con l’intero paese, ma che intuiscano quanto siano invece espressione di precisi interessi di classe.
In questa direzione sono segnali importanti la contrarietà perdurante dell’opinione pubblica italiana riflettere sul fatto che intorno al servizio civile esploderanno meccanismi già ora operanti, per i quali il sistema delle cooperative e del no profit si sostituisce ai servizi pubblici, anche essenziali, producendo inoltre sfruttamento di forza lavoro a rotazione. Chiedere oggi l’obiezione di coscienza come rivendicazione politica significa andare a sostenere uno strumento che ha come scopo principale il ritorno alla leva di massa aggirando le resistenze delle opinioni pubbliche, uno strumento che ruberà ai/alle giovani sei mesi di vita che saranno utilizzati per l’irregimentazione, anche ideologica, delle giovani generazioni all’invio di armi in Ucraina, la percezione diffusa dello sbilanciamento propagandistico nella presentazione del conflitto ucraino e di quello palestinese e soprattutto l’importante protagonismo del movimento studentesco per la Palestina, che ha posto con forza anche la questione della militarizzazione della ricerca e delle università.
Crediamo infatti che, dopo trent’anni di neoliberismo, dopo che le classi subalterne sono state abbandonate a se stesse da una politica di feroci privatizzazioni che ha ingrassato i grandi e impoverito i medi e i piccoli, non sarà per loro facile centrare l’obiettivo di riavvicinare i cittadini a una patria, a una nazione che viene sempre più percepita come del tutto staccata dagli interessi materiali delle classi subalterne e sempre più espressione di lobby di potere con qualche differente colore politico, ma sostanzialmente espressione dei medesimi interessi materiali.
Mentre nella fase storica della guerra fredda e nei decenni successivi la forma della guerra e la forma della pace avevano una corrispondenza, oggi le necessità della forma della guerra sono in aperta contraddizione con i rapporti sociali ed economici creati dal neoliberismo; c’è un anello della catena che non tiene: quali cittadini potranno seguire una nazione i cui rappresentanti sono ormai votati da poco più della metà degli aventi diritto e sono percepiti, giustamente, a una distanza siderale dai bisogni materiali di milioni di persone?
Il neoliberismo ha prodotto uno iato, sta facendo scricchiolare lo stesso modello di democrazia rappresentativa borghese; in questo iato i pacifisti e gli antimilitaristi devono sapersi inserire e lavorare affinché l’escalation militare sia fermata, affinché i guerrafondai che soffiano sul fuoco di una nuova guerra mondiale si sentano le spalle scoperte e temano che l’innesco di una guerra di ampie proporzioni possa far vacillare il precario piedistallo sul quale poggiano oggi le malate democrazie occidentali.
[1] G. BAUSANO, E. QUADRELLI, Classe, partito, guerra. Ce n’est qu’un debut. Continuons le combat!, Gwynplaine, Camerano (AN) 2015.
[2] L’operazione NATO nella ex Jugoslavia parte il 30 agosto 1995 e si conclude il 20 settembre 1995; in Kossovo la NATO interviene nel marzo 1999 e il conflitto si chiude a giugno; la guerra in Afghanistan, iniziata nell’ottobre 2001, vedeva già a novembre la caduta di Kabul; la seconda guerra del Golfo inizia il 20 marzo 2003 e il 1 maggio già il presidente Bush dichiarava la conclusione delle operazioni; in Libia l’intervento internazionale iniziava a metà marzo del 2011 e a ottobre era già cessato.
[3] JP 3-13, Information Operations, 27 November 2012.
[4] https://wikileaks.org/wiki/CIA_report_into_shoring_up_Afghan_war _support_in_Western_Europe,_11_Mar_2010.
[5] Nella piazza televisiva in quattro puntate (molto seguite) è andata in onda la docu-serie Basco Rosso, degna del miglior Kubrik di Full Metal Jacket, dove l’umiliazione costante degli aspiranti “cacciatori” è stata veicolata come valore positivo con cui formare i giovani, insieme all’esaltazione dei valori fondanti delle forze armate e dunque dei concetti di Patria, Nazione, Sacrificio, Coraggio, Dedizione, Amore per la Bandiera, per l’Inno, ecc. A questo possiamo aggiungere altri prodotti televisivi dello stesso tenore come La Caserma, ed è obbligo qui ricordare l’accordo siglato il 30 luglio 2024 tra la RAI e il ministero della Difesa per «sviluppare una strategia di comunicazione integrata sul “valore” della Difesa e sul ruolo che svolge anche a sostegno della competitività del Paese».
[6] Programma di Comunicazione Difesa, MD, 2019.
[7] Ibidem
[8] Istituito il 6 marzo 2023 con il compito di promuovere la cultura della difesa: «La diffusione di una cultura della Difesa è strumento essenziale di implementazione del Programma del Ministro della difesa non solo per valorizzare al massimo l’operatività dello strumento militare nazionale ma, altresì, per diffondere sia a livello istituzionale sia nella collettività, i valori che connotano l’agire e l’essere del personale della Difesa». Presieduto dal Ministro della Difesa, è composto da: Geminello Alvi (economista), Giulio Anselmi (Presidente dell’agenzia di stampa “ANSA”), Pietrangelo
Buttafuoco (scrittore), Anna Coliva (storica dell’arte), Pier Domenico Garrone (Consigliere del Ministro), Michèle Roberta Lavagna (Professore ordinario del Politecnico di Milano, Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali), Giancarlo Leone (Presidente Associazione Produttori Audiovisivi), Angelo Panebianco (editorialista), Vittorio Emanuele Parsi (Professore ordinario dell’Università cattolica del Sacro Cuore e Direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni internazionali della medesima Università), Angelo Maria Petroni (Segretario generale Aspen Institute),
Gianni Riotta (editorialista), Fabio Tamburini (Direttore de “Il Sole 24 ore”), Antonio Zoccoli (Professore ordinario dell’Università di Bologna, Presidente
[9] Sarebbe profondamente sbagliato ascrivere tutto ciò che stiamo descrivendo all’avvento del governo Meloni: benché la conquista del governo permetta alla cultura guerrafondaia delle destre di intervenire nel dibattito pubblico con maggiore spudoratezza, il fenomeno inizia precedentemente ed è assolutamente bipartisan. La “cultura della difesa” infatti non è un artificio della politica politicante, ma è un’esigenza strutturale che ha le sue radici nell’attuale fase del capitalismo.
[10] Preoccupanti i labili confini della definizione dello stato di emergenza nazionale così come previsto dall’art.7 del D. Lgs n.1 del 2 gennaio 2018; si tenga ad esempio presente che lo stato di emergenza è stato dichiarato per gestire gli sbarchi dei migranti.
[11] Lo “scambio” sembra riproporsi nell’ipotesi a cui pare stia lavorando il Ministero della Difesa di arruolare migranti in cambio di corsie preferenziali per la cittadinanza, una sorta di Ius Militis che ricorda la Legione Straniera.
[12] In Norvegia e in Svezia ad esempio tutti coloro che compiono 18 anni hanno l’obbligo di riempire un questionario pisco-attitudinale in cui devono esprimere anche la volontarietà (anche solo potenziale) al servizio militare; avviene qui una prima scrematura che può variare tra 20/40% dei cittadini coinvolti che passano a uno step successivo che può prevedere o un preaddestramento volto a saggiare le capacità fisiche e mentali o una visita medica con le medesime finalità; alla fine vengono reclutati, di fatto, solo coloro che hanno espresso la volontà di entrare a far parte delle forze armate ma, al contempo, si è fatta una selezione anche di potenziali reclutabili nel caso i numeri fossero insufficienti. In Danimarca si procede addirittura ad un sorteggio-lotteria tra coloro che, dopo i vari step, risultano idonei. In ogni caso si tratta insomma di allargare il bacino, di costruire situazioni in cui i/le giovani ascoltino “le opportunità” offerte dall’esercito e in cui lo stato abbia la possibilità di individuare potenziali coscritti da chiamare anche obbligatoriamente. (informazioni desunte da Ritorno alla coscrizione: il “modello scandinavo”, in “AD-AnalisiDifesa” del 15 gennaio 2024).
[13] Da qui la centralità che nei documenti programmatici della Difesa assume il rafforzamento del servizio sanitario militare, smantellato al momento dell’abolizione della leva obbligatoria: solo visite mediche capillari potranno essere in grado di operare una preselezione delle/degli idonee/i alla leva da utilizzare in caso di necessità. Occorre infatti sempre ricordare che la leva obbligatoria non è mai stata abolita, ma solo sospesa e che essa, ai sensi dell’art.1929 del D. Lgs 66 del 15 marzi 2010, può essere ripristinata in caso di deliberazione dello stato di guerra o «se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate». In pratica il dispositivo di legge è già pronto e potrebbe essere già applicato all’attuale crisi ucraina e alla sua evoluzione.
[14] Da questo punto di vista occorre a mio avviso rivedere la posizione sull’obiezione di coscienza che è da sempre un cavallo di battaglia del movimento pacifista: oggi l’opzione per il servizio civile è già prevista nei progetti dei guerrafondai europei, anzi è parte integrante del ritorno strisciante alla leva obbligatoria. In Italia oltretutto ampi settori della protezione civile fanno capo proprio al mondo militare e il confine tra servizio militare e quello civile si fa ancora più labile. Occorre inoltre

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