| Quarant’anni fa ero a Mosca con i miei colleghi del Consiglio scientifico dell’USPI (Unione Scienziati per Il Disarmo) a una Conferenza organizzata dall’Accademia delle Scienze.
Il 28 aprile e nei giorni seguenti notammo nei nostri ospiti sovietici segni di grande inquietudine. Venimmo informati da Velichov di un grave incidente a un reattore della centrale nucleare di Chernobil, in Ucraina.Evgenij Velichov era il consigliere scientifico di Michail Gorbačëv, al vertice nell’Accademia delle Scienze; in seguito è stato determinante nel valutare i rischi nucleari dopo il disastro di Černobyl’.
Poco dopo la mezzanotte del 26 aprile 1986, un test di sicurezza di routine al reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl si concluse in modo catastrofico. Nelle prime ore del mattino del 26 aprile il reattore era esploso, scatenando uno dei più grandi disastri del XX secolo.
La nube radioattiva raggiunse l’Italia il 30 aprile 1986, portando Cesio, Iodio e Tellurio, con depositi maggiori al Nord e Prealpi a causa delle piogge. L’emergenza provocò paure diffuse, al limite dell’isteria collettiva (ricordo che un mio collega per alcuni giorni non mandò i figli a scuola), limitazioni alimentari (latte/verdura) e la infelice decisione di abbandonare il nucleare col referendum del 1987.
Nei trent’anni successivi, Chernobyl si è radicata negli incubi collettivi del mondo, favorito dall’ignoranza e degli orrori spettrali dell’avvelenamento da radiazioni.
Bilancio delle vittime: 31 persone, tra vigili del fuoco e personale della centrale, morirono poco dopo l’incidente per l’esplosione o la sindrome da radiazione acuta (ARS). I “liquidatori” (circa 600.000 persone coinvolte nelle operazioni di pulizia) hanno subito l’esposizione maggiore.
Stime ONU indicano fino a 4.000 morti a lungo termine. Greenpeace e altre organizzazioni stimano decine o centinaia di migliaia di casi di malattie: aumento di tumori, leucemie e malattie cardiovascolari nella popolazione esposta. Migliaia di casi di cancro alla tiroide, in particolare tra bambini e adolescenti, in Bielorussia, Ucraina e Russia.
Stime discordanti
Inoltre ill disastro del 26 aprile 1986 ha causato tra 200.000 e 350.000 sfollati, con impatti sanitari e ambientali che si protrassero per decenni.
Persone che non sono mai più ritornate nelle loro case, abbandonando definitivamente un territorio enorme che ancora oggi viene definito “inabitabile“. Si tratta di circa 2.200 chilometri quadrati dell’Ucraina settentrionale e 2.600 chilometri quadrati della Bielorussia meridionale in cui la vita dell’uomo si è definitivamente fermata al 1986.
Oggi i resti dell’impianto sono coperti da una struttura interna in acciaio e cemento nota come sarcofago, costruita dopo il disastro del 1986. Un nuovo involucro esterno ad alta tecnologia – il Nuovo confinamento sicuro – è stato installato tra il 2016 e il 2017, progettato per sostituire in futuro il sarcofago, non concepito come soluzione permanente.
È presumibile che l’analisi degli errori nella gestione di questo incidente e di quello successivo di Fukushima siano serviti a mettere in luce le carenze anche nella costruzione degli impianti nucleari per uso civile. Ciò darebbe nuova fiducia nel ricorso a questa forma di energia, che, insieme alle fonti rinnovabili, si rivela necessaria in un quadro di incertezze dovute anche ai contrasti internazionali connessi con l’estrazione e la commercializzazione delle fonti fossili.
Oggi, anche in Italia, la diffidenza verso il nucleare civile è molto diminuita. |
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