Afferrare la vita di Nicola Fanizza

 

Sono passati quasi cinquant’anni da quel lontano settembre del 1969, in cui il «Comitato Marinai Studenti» si fece promotore un’azione di lotta contro gli armatori che coinvolse l’intera marineria del mio Paese, Mola di Bari. Ciò che mi resta dell’atmosfera di quel crepuscolo dell’estate è il sapore del tempo. Si trattava di un tempo qualitativamente diverso, insolito, dilatato e, insieme, sospeso.

Una nuova socialità
A noi studenti e ai giovani marinai venne offerta la possibilità di vivere una seconda infanzia: proprio perché non avevamo niente da fare o da progettare, ci abbandonavamo all’istinto e all’effervescenza magmatica del momento; vivevamo una dimensione di tempo senza tempo. Le nuove forme di socialità come le assemblee, il fumare assieme la stessa sigaretta e, in modo coestensivo, l’antico rituale dei giochi di birra, contribuivano ad addomesticare la distanza fra noi studenti e i marinai.

Molti allora presero la parola per la prima volta, altri, invece, ascoltavano. Nondimeno eravamo comunque tutti convinti di poter cambiare il mondo! L’esito di quella lotta fu positivo. I pescatori ottennero un nuovo contratto che prevedeva: una nuova e più equa ripartizione del pescato fra armatori e marinai; il salario minimo garantito; e, infine, il diritto di fruire delle ferie.

In quell’inedito spazio sociale il filo dei rapporti amicali consentì la produzione di un tessuto di relazioni che continuò per alcuni anni. Di fatto a quella lotta avevano partecipato – accanto ai pescatori che erano imbarcati sui pescherecci che operavano nel Canale di Sicilia e ai pescatori dediti alla pesca locale – un cospicuo numero di giovani marittimi che in seguito si tennero in contatto con i membri più anziani del comitato. I leader del «Comitato Marinai Studenti» – Carlo Moccia e Rodolfo Vaccarelli – avevano rapporti epistolari con molti marinai imbarcati sulle navi nonché con i pescatori presenti sui pescherecci che operavano a Siracusa, Mazara del Vallo, Ancona, ecc. Tuttavia col passare del tempo quel filo si spezzò soprattutto per la difficoltà di individuare l’identità del nemico da combattere, poiché il mondo dei pescatori è un mondo composito e variegato: accanto agli armatori possessori di molte barche, vi sono piccoli proprietari di natanti a gestione familiare.

La partecipazione a quell’evento fu per me e per i miei compagni l’occasione per afferrare la vita.

Più che prendere il potere, volevamo perderlo
Il movimento del ’68 era composto per lo più da studenti che non volevano studiare solo ciò che stava nei programmi e da operai che rifiutavano ogni forma di lavoro che non fosse opera viva. Era un movimento «impolitico» che negava l’esistente nel senso che dava voce a tutto ciò che si agitava sull’esergo del sistema, alle forme di socialità che stazionavano nell’atmosfera del dono. Lo slogan «Il privato è politico» esprimeva per l’appunto l’esigenza di porre all’ordine del giorno alcuni temi – gli affetti, il senso della vita – che la politica non riconosceva. Da qui la contestazione nei confronti dell’autoritarismo dei docenti e dei loro programmi. La filosofia – si diceva allora – doveva essere non solo amore della scienza, bensì anche e soprattutto scienza dell’amore, poiché gli affetti erano importanti allo stesso modo dei concetti.

Eravamo giovani ribelli – anticonformisti, stravaganti e originali – che avevamo troppa fame per essere critici nei confronti della società dei consumi. Più che prendere il potere, volevano perderlo. Volevamo nutrire il nostro desiderio, volevamo tutto. Eravamo affamati di sesso, di sigarette, di cose buone. Volevamo vivere la nostra vita come una festa, come una festa senza fine.

Di fatto nel movimento italiano del ’68, come in tutti i movimenti, vi erano diverse anime. Si trattava di un movimento composito e anche contraddittorio. La sua cifra va individuata nella sua capacità di proporsi come una festa. E, come tutti sappiamo, la festa è il momento dell’effervescenza magmatica, della creatività, dell’esuberanza, ed è anche il momento in cui si portano i doni. Tuttavia il potere di allora, si rifiutò di riconoscere e accogliere le nuove istanze di liberazione – i doni – e scatenò la repressione.

Chi è integrato è perduto
Tutto ciò – dopo la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969 – favorì il ritorno del «vitello d’oro». Il vecchio immaginario dei marxisti leninisti – divenuto più tardi delirio con la deriva della lotta armata – prese subito il sopravvento sulle istanze movimentistiche che volevano cambiare la vita e da allora quelli che prima erano gli «integrati» – i padri di famiglia, gli operai che non si ribellavano, ecc. – cominciarono a essere stigmatizzati con l’epiteto di «piccolo borghesi».

A tale proposito, è opportuno tener presente che Luciano Bianciardi nel 1959 aveva pubblicato il romanzo autobiografico L’integrazione, in cui aveva stigmatizzato la deriva che, partendo da Milano, stava per investire l’intera società italiana: «Bastano pochi mesi perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra 20 anni tutta Italia si ridurrà come Milano».

Da qui la connotazione negativa della parola integrazione. Di fatto, a partire dalla metà degli anni Sessanta, il termine «integrato» cominciò a essere utilizzato nel linguaggio giovanile per indicare gli individui che si riconoscevano nel discorso canonizzato della polis. Si trattava di individui conformi ai valori dominanti, di individui che per lo più appartenevano ai diversi ceti.

Nondimeno, oggi, quelli che rivendicano l’integrazione per gli immigrati – ossia l’obbligo di svuotarsi completamente della loro cultura, delle loro radici – fino a che punto – quando fosse loro richiesto – sarebbero disposti a rinunciare alle loro tradizioni, alle loro radici, alla loro cultura?

Si può essere felici soltanto tutti insieme
Ritornando a alle dinamiche del ‘68, possiamo dire che a un’esplosione libertaria, che modificava lo spazio sociale – i rapporti fra le persone, il ruolo della donna –, seguì un irrigidimento dogmatico di una parte non trascurabile del movimento.

Ciò nondimeno è pur sempre vero che attraverso il ’68 siamo pervenuti a una maggiore consapevolezza di noi stessi, alla nostra autonomia. Dopo di allora il Mondo non è più stato lo stesso. Fu allora che i «senza storia» presero per la prima volta la parola; fu allora che si cominciò a coltivare l’idea che si poteva afferrare la vita, che si poteva essere felici soltanto tutti assieme, coniugando, diversamente, la vita con la politica!

(pubblicato da Vivalascuola. Altri 68, maggio 7, 2018)

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