“Aspettando il Sessantotto”. Riccardo Lombardi: da fautore a critico del centro-sinistra di Luca Bufarale

 

Vi allego l’intervento, a mio giudizio di notevole interesse, che ci ha inviato Luca Bufarale, scritto per un volume che avrà come titolo “Aspettando il Sessantotto“. Si tratta di Riccardo Lombardi, da fautore a critico del centro-sinistra”.          Renzo Penna

 Nato nel 1962 dall’intesa tra la Democrazia cristiana, i suoi tradizionali alleati socialdemocratici e repubblicani e il Partito socialista, all’opposizione dal 1948, il centro-sinistra esprime, tra alterne vicende, pressoché tutti i governi italiani almeno sino al 1972 ed è visto quasi unanimemente come uno snodo centrale nella storia della “prima repubblica”. La maggior parte degli studiosi ha sottolineato la contraddizione tra il lungo dibattito che ha preceduto il varo di questa formula politica (e le grandi speranze suscitate) da un lato, e la scarsità dei risultati ottenuti, in termini sia di riforme che di modifica degli equilibri politici, dall’altro. «Come mai – si chiede ad esempio Silvio Lanaro nella sua Storia dell’Italia repubblicana – un’alleanza preparata per quasi dieci anni, negoziata con estrema prudenza e uscita vittoriosa da scaramucce piccole e meno piccole, si rivela poi singolarmente avara di frutti concreti?» (Lanaro 1992, p. 327). In quasi tutte le ricostruzioni storiografiche, e specialmente in quelle che privilegiano il punto di vista del centro-sinistra come “occasione mancata” del riformismo di sinistra, la figura del dirigente socialista Riccardo Lombardi (Regalbuto 1901 – Roma 1984) costituisce un punto di riferimento privilegiato. Lo stesso perimetro del centro-sinistra “riformatore” così come delineato in questi lavori coincide quasi sempre con la fase in cui quell’esperienza politica ottiene il sostegno di Lombardi e che comprende, in pratica, solo il 1962 e i primi mesi dell’anno successivo ovvero il quarto esecutivo a guida Fanfani con l’astensione (e non ancora la partecipazione) dei socialisti1. In questo breve lasso di tempo si consumano infatti le vittorie più importanti dello schieramento riformatore (che ha la sua punta di diamante, specie in questa fase, anche nel repubblicano La Malfa): la scuola media unificata, la nascita dell’ENEL, oltre a provvedimenti meno pubblicizzati ma non per questo poco significativi come la creazione della prima commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, l’attenuazione della censura, l’istituzione del presalario universitario, la legge che sancisce la possibilità per le donne di accedere a tutti gli impieghi compresa la magistratura, la tassazione della proprietà edilizia ecc. (cfr. Crainz 2005, pp. 223-29). Sempre in base a questa interpretazione, infatti, il venir meno dell’afflato riformatore coincide proprio con l’ingresso a pieno titolo dei socialisti nell’esecutivo all’inizio del 1964 sulla cui efficacia Lombardi non nasconde la sua forte perplessità, che sfocia poi in un’opposizione decisa con la caduta del primo governo Moro nel giugno 1964, in un contesto reso più torbido dalle manovre del “Piano Solo”. L’opposizione alla prosecuzione del centro-sinistra, però, conduce Lombardi allo scontro con la maggioranza del suo partito e si conclude con una sua sostanziale sconfitta. Non a caso è qui che si arresta il recente e accurato volume di Tommaso Nencioni su Riccardo Lombardi nel socialismo italiano (Nencioni 2014) Come si compie, quindi, questa parabola che porta Lombardi dal sostegno all’opposizione al centro-sinistra? E quali indicazioni la sua vicenda può dare rispetto ad alcune questioni nodali di quella fase della storia italiana? Nell’impossibilità, per ragioni di spazio, di dare conto di tutto il periodo, mi soffermerò, dopo una breve disamina delle peculiarità del riformismo lombardiano, soprattutto su due momenti-chiave della vicenda: il 1960 e il 19642.

Il riformismo di Lombardi

Alla vigilia del centro-sinistra il sessantunenne Lombardi ha già una corposa storia politica alle spalle. Attivista nelle file della sinistra popolare e del sindacalismo cattolico durante gli anni roventi del primo dopoguerra, Lombardi diventa presto un antifascista militante, collaborando per qualche anno con il Partito comunista clandestino e subendo nel 1930 un arresto e penose torture. Avvicinatosi poi a GL, diviene durante la Resistenza uno dei membri più influenti del Partito d’Azione a Milano, città in cui ricopre la carica di prefetto nei difficili mesi tra la liberazione e il dicembre 1945. In seguito alla dissoluzione dell’azionismo, raggiunge, come l’amico Vittorio Foa, il Partito socialista. Tra il giugno 1948 e il maggio 1949 assume la direzione dell’«Avanti!» ed è protagonista del primo, anche se effimero e contestato, esperimento “autonomista” del PSI dai tempi del patto d’unità d’azione con i comunisti3. Dopo l’“indimenticabile ‘56” Lombardi diventa uno dei principali dirigenti socialisti, consolidando la sua leadership nel partito specie in seguito al congresso di Napoli del gennaio 1959 che vede il definitivo affermarsi degli autonomisti di Nenni e De Martino – fautori dell’autonomia, appunto, del partito rispetto al PCI – sulle correnti di sinistra di Vecchietti e di Basso. Va ricordato che nei documenti congressuali non si parla ancora di centro-sinistra ma di “alternativa democratica” ai governi imperniati sulla Democrazia cristiana. Già nelle discussioni della Direzione del partito (composta da soli autonomisti) del luglio 1959, però, inizia ad affiorare l’opzione dell’“apertura a sinistra”, ovvero dell’offerta di collaborazione con la DC. Le motivazioni sono, per il momento di natura soprattutto politica: si tratta, infatti, di scongiurare il consolidamento di ciò che viene definito il blocco clericofascista, con riferimento al governo presieduto da Antonio Segni in carica da febbraio e che gode dell’appoggio esterno dei liberali e della destra monarchica e neofascista. Si aggiungono poi anche motivazioni di carattere economico-sociale: approfittando delle occasioni dischiuse dal “miracolo economico” e servendosi della programmazione economica e delle imprese pubbliche (nel 1956 vi era stato lo “sganciamento” delle industrie del gruppo IRI da Confindustria e la creazione del ministero delle partecipazioni statali), si immagina una politica di riforme che abbia il duplice scopo di correggere alcuni squilibri cronici della società italiana (tra profitto e rendita improduttiva, tra Nord e Sud del paese, tra crescita industriale e insufficiente aumento dei salari e dell’offerta dei servizi abitativi, scolastici e sanitari) e di attaccare quei monopoli privati che, come il caso delle società elettriche, si oppongono a qualunque forma di “apertura a sinistra”. Entrambi questi aspetti sono presenti in Lombardi, con alcune significative varianti, però, rispetto alla maggioranza degli autonomisti del PSI4. In primo luogo vengono maggiormente sottolineati gli aspetti “offensivi” dell’approccio antimonopolistico. Tutta la questione così controversa del movimento operaio e del controllo pubblico dei monopoli rimasta in una zona acritica e quasi misteriosa e inaccessibile, acquista significato soltanto se noi poniamo in termini concreti, in termini positivi una contrapposizione di potere al potere soverchiante che i gruppi più avanzati del neocapitalismo, cioè i gruppi neocapitalisti, esercitano nella società italiana. […] Ma i centri di potere, compagni, si combattono creando altri centri di potere, e alla pianificazione del neocapitalismo non si può opporre altro che la pianificazione collettiva, la pianificazione controllata e diretta dai poteri pubblici. E ogni passo avanti realizzato dai pubblici poteri per controllare l’economia, per dirigerla, ogni settore che l’iniziativa pubblica riesce a strappare al predominio incontrastato del capitalismo monopolistico è un progresso e una forma di acquisizione di potere da parte della collettività e quindi da parte dei lavoratori5. Consapevole dei mille legami – non sempre limpidi – che s’instaurano tra l’apparato statale, i monopoli privati e il vasto settore pubblico dell’economia, Lombardi sa bene che non basta accedere al governo per usare gli strumenti dell’intervento statale ai fini della “programmazione democratica” e della riduzione delle diseguaglianze sociali. In un importante convegno economico del 1959 sulle partecipazioni statali, ad esempio, il dirigente socialista afferma polemicamente che in Italia non si può parlare, salvo eccezioni, di “impresa pubblica” ma solo di “proprietà statale” – nel senso che alle partecipazioni dello stato «non è corrisposto un tipo di indirizzo e di gestione organicamente, coscientemente rivolto alla realizzazione di determinate finalità»6 – e stigmatizza il rapporto di vassallaggio del pubblico rispetto al privato che spinge le industrie statali a non espandersi in quei terreni riservati ai monopoli privati e ad assumere invece una funzione preponderante solo in quei settori bisognosi di investimenti di “lungo periodo”, come ad esempio la siderurgia o la cantieristica navale, che l’industria privata trova conveniente affidargli. D’altro canto, però, l’allargamento della sfera dell’intervento statale offre delle opportunità – specie in una fase di congiuntura internazionale favorevole – che i socialisti devono essere pronti a cogliere. Una politica del genere, però, non può realizzarsi se il Partito socialista non sarà capace di allargare il suo consenso presso i lavoratori organizzati contendendolo al PCI. Da qui anche la necessità di un forte rapporto con il sindacato e il netto rifiuto di Lombardi verso la politica dei redditi (che lo porterà ad una lunga querelle con l’ex compagno azionista La Malfa7). Quest’ultima, infatti, avrebbe finito per ingabbiare quelle spinte rivendicative dei lavoratori – effettivamente manifestatesi nel 1960-62 anche grazie al mutato clima politico – che a suo giudizio risultano preziose proprio perché riducono l’anomalia di un boom economico fondato su un regime di salari relativamente bassi rispetto all’aumento di produttività e sulla presenza di una disoccupazione ancora elevata (Lombardi si limita a parlare di “autodisciplina” del movimento sindacale in cambio dell’attuazione delle riforme e solo una volta raggiunta la piena occupazione)8. In secondo luogo, Lombardi vede l’auspicato “incontro” tra Partito socialista e Democrazia cristiana soprattutto in termini di “scontro”: se è vero che alcuni settori di quel partito (la corrente di “Base”, Fanfani ecc.) hanno manifestato una volontà riformatrice, le riforme serviranno a far emergere ancora di più le contraddizioni interne alla DC e ad avviare un processo interno che potrebbe portare ad una trasformazione di quel partito o addirittura ad una sua scissione. Ma la prospettiva di un’alleanza a lungo termine tra i due partiti è fuori discussione. Abbiamo sempre parlato non solo di destra politica ma anche economica: per riconfermare cioè che la destra economica non si esaurisce nei partiti a destra della DC ma è accampata solidamente e in posizioni egemoniche all’interno della DC. Una rottura con la destra economica significa dunque anche un rivolgimento profondo nei rapporti egemonici all’interno della DC da cui la DC non può uscire identica e tal quale l’abbiamo definita a Napoli: che tale mutamento sia possibile mantenendo l’unità della DC è cosa che alla DC incombe l’onere di provare […]9. Per questo motivo, se risulta impossibile elaborare un programma organico con la Democrazia cristiana, è auspicabile, per Lombardi, mettere alla prova quel partito su riforme come la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la realizzazione dell’ordinamento regionale previsto dalla Costituzione e l’istituzione della scuola media unica obbligatoria. L’incontro con la DC (o con una parte di essa) su questi punti costituisce, secondo il leader socialista, un modo per «contestare l’egemonia della destra economica nella DC e determinare una svolta al di là della quale comincia il discorso politico sull’alternativa»10 (un’ “alternativa” che in futuro potrà includere anche il Partito comunista una volta che questo si sia reso indipendente dal blocco sovietico e disponibile ad una politica riformatrice). Le difficoltà e le contraddizioni di questa operazione politica, naturalmente, sono innumerevoli e si fondano in primo luogo su una certa sopravvalutazione del peso politico del Partito socialista sia nei confronti di un PCI che era riuscito a superare la crisi successiva al rapporto Chrušcˇëv e all’intervento sovietico in Ungheria sia soprattutto rispetto ad una Democrazia cristiana ben intenzionata a non perdere la sua indiscussa centralità non soltanto nel sistema politicoistituzionale ma, più in generale, nell’intera società italiana, anche per via di una sempre maggiore presenza negli apparati dello stato e nelle industrie pubbliche (senza che per questo venga meno il suo ruolo di tutore degli interessi dei grandi monopoli privati). Né vanno dimenticati i fattori internazionali: la volontà di una larga parte dell’amministrazione Kennedy di permettere o addirittura di favorire l’ingresso dei socialisti nella maggioranza per dare maggiore stabilità al blocco atlantico cozza con le tradizioni neutraliste del PSI di cui Lombardi si fa alfiere appassionato11. Da questo punto di vista i segnali di distensione tra le due potenze nel 1959-60 non saranno certo sufficienti a permettere quel superamento della contrapposizione Est-Ovest su cui all’inizio puntano i socialisti per accreditare la loro volontà di indipendenza dai blocchi12.

Dall’alternativa democratica al centro-sinistra

In una lettera a Nenni del 30 gennaio 1960, Lombardi chiarisce che i socialisti possono concedere l’astensione ad un nuovo governo solo se vincolata all’assunzione chiara e irreversibile di responsabilità programmatiche e non solo al rifiuto di ottenere i voti della destra neofascista e monarchica:

[…] la mia opinione in ordine all’atteggiamento da tenere con la D.C. è fermamente ancorata alla necessità di fortemente condizionare programmaticamente ogni uso della “disponibilità” del partito. […] In caso contrario e ove ci si accontentasse di dichiarazioni anche solenni di ripulsa dei voti della destra, la rottura sarebbe provvisoria e tutt’altro che irreversibile, la maggioranza di destra si ricomporrebbe alla prima occasione programmatica e il governo del cui sostegno, sia pure in forma indiretta, avremmo assunto la responsabilità, si reggerebbe in realtà su una maggioranza pendolare. Per parte mia non mi rassegnerei a questa liquidazione (… sotto costo?) del partito, né potrei seguire la maggioranza su tale linea13.

Questa lettera precede di poco la caduta del governo Segni e la costituzione di un monocolore democristiano guidato da Fernando Tambroni. Passato alla storia soprattutto per il sostegno ottenuto in Parlamento dal Movimento Sociale e per la repressione poliziesca dei moti antifascisti del luglio 1960, il governo Tambroni appare piuttosto, almeno all’inizio, l’ennesimo governo di transizione, alla ricerca di quella “maggioranza pendolare” aperta a destra come a sinistra temuta da Lombardi. Non a caso, prima del voto alle Camere, s’infittiscono le consultazioni per chiedere al PSI di astenersi, anche se alla fine la mancanza di un chiaro indirizzo programmatico e i toni anticomunisti di Tambroni inducono lo stesso Nenni a rifiutare l’astensione. La fine ingloriosa dell’esperimento di Tambroni dopo i sanguinosi “incidenti” di Genova, Roma e Reggio Emilia spalanca le porte al terzo governo Fanfani. L’esecutivo riceve questa volta, oltre al voto favorevole di PLI, PSDI e PRI, anche l’astensione del PSI: è il governo delle “convergenze parallele”, secondo la criptica espressione di Moro. La tanto attesa apertura a sinistra si concretizza così dopo scontri drammatici che hanno il sapore di una provocazione. Alla vigilia del Comitato centrale del PSI di inizio agosto Lombardi invita Nenni a sottolineare nella sua relazione che l’atteggiamento del PSI non deve avere il senso di un “voto di attesa”. L’unica cosa che i socialisti si attendono dal nuovo governo è, infatti, il ristabilimento della legalità repubblicana14. Dopo le elezioni amministrative del novembre 1960, in seguito alle quali si costituiscono le prime giunte di centrosinistra in città come Milano, Firenze e Genova, Lombardi, in un documento elaborato insieme ad alcuni compagni a lui più vicini e inviato a Nenni, nota con preoccupazione come nella maggioranza autonomista del partito stia prendendo corpo la tendenza a spingere verso un’alleanza non solo tattica ma strategica con i democristiani e a proposito dell’ alleanza con la DC afferma: non esiste nelle attuali condizioni della società italiana e dati i rapporti di forza esistenti, prospettiva di una partecipazione dei socialisti alle responsabilità di governo nei prossimi anni; in ogni caso è futile porre tale prospettiva per l’attuale legislatura repubblicana. […] La partecipazione ad una maggioranza potrà avvenire solo quando essa si attui in maniera non subalterna e sia ed appaia all’opinione dei lavoratori l’inizio tangibile di una riforma democratica della società italiana15. Tuttavia, già alla fine del 1960 sono in molti nella maggioranza del PSI ad auspicare un incontro ben più ampio con la Democrazia cristiana e ad insistere su una rottura completa con i comunisti. In una riunione interna alla corrente autonomista Lombardi ribadisce, però, che l’accordo con la DC può avere solo un carattere temporaneo16. Quanto al rapporto con il PCI, Lombardi, pur non venendo mai meno alle esigenze autonomiste, si rende conto che recidere completamente i legami con il mondo comunista rischierebbe di allontanare il partito dalla classe operaia, di trasformare il PSI in una sorta di SFIO piccolo-borghese italiana. Da qui, ad esempio, deriva la sua ferma contrarietà alla creazione di un sindacato “socialista” separato dalla CGIL. Lombardi, insomma, anche prima del 1963-64 ha ben chiaro il rischio che il centro-sinistra finisca per impaludarsi in una sorta di “centrismo allargato” e che l’autonomismo socialista venga sfruttato per dividere il movimento operaio, impedendo quindi al PSI di svolgere quel ruolo egemone tra i lavoratori organizzati che vorrebbe contendere ai comunisti. Costituito nel febbraio 1962 – a poco più di un anno dalla scadenza della legislatura – in seguito al via libera dato dalle risoluzioni del congresso democristiano di Napoli rimasto celebre per il discorso-fiume del segretario DC Moro, il quarto governo Fanfani è anche considerato il primo vero governo di centro-sinistra. I socialisti, che decidono per il momento di non entrare nell’esecutivo limitandosi all’astensione parlamentare, concordano con la Democrazia cristiana un programma comprendente riforme riguardanti economia, urbanistica, scuola, sanità, parità tra i sessi, libertà di espressione17. Lombardi, responsabile della commissione economica del PSI, s’impegna a fondo per la nazionalizzazione dell’energia elettrica, una riforma particolarmente osteggiata dalle destre e dagli ambienti confindustriali (ma non da industrie come la FIAT più orientate alle esportazioni e interessate alla possibilità di avere energia a buon mercato). Il prezzo da pagare per la sua riuscita è nell’indennizzo che invece di andare, come proposto da Lombardi, agli azionisti sotto forma di obbligazioni, finisce, secondo la proposta avanzata dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli e appoggiata poi anche da Moro, nelle mani delle ex società elettriche18. La vera rottura si verifica, però, con la proposta di legge urbanistica avanzata dal ministro democristiano Fiorentino Sullo che, allo scopo di frenare la speculazione urbanistica, prevede l’esproprio generalizzato dei suoli edificabili compresi nel piano regolatore. La durissima opposizione alla legge, che spinge Moro in persona a sconfessare il progetto Sullo sul quotidiano DC, è indicativa, secondo Lombardi, di un intreccio strettissimo tra rendita e profitto e tra forme avanzate e forme arretrate di capitalismo che il boom economico non ha fatto venire meno19. L’atteggiamento della Democrazia cristiana sulla legge urbanistica, unita all’accantonamento di altre riforme (creazione delle regioni, statuto dei diritti dei lavoratori, riforma delle società per azioni) convincono Lombardi che è necessario evitare ad ogni costo che il centro-sinistra si riduca ad una «facciata esterna di una politica sostanzialmente moderata»20. Per questo motivo, in seguito alle elezioni dell’aprile 1963, Lombardi e i dirigenti a lui più vicini (Antonio Giolitti, Luigi Anderlini, Tullia Carettoni, Fernando Santi ecc.) decidono di non ratificare gli accordi presi da Nenni con Moro per la formazione del nuovo esecutivo con astensione socialista nella convinzione che rifiutare per il momento il sostegno al governo consenta ai socialisti di accrescere il loro potere contrattuale21. Solo grazie alla faticosa mediazione di De Martino si giunge ad un accordo che permette alla maggioranza autonomista del PSI di sostenere in modo almeno apparentemente compatto non più soltanto l’astensione ma l’entrata dei socialisti nel governo che avviene all’inizio del 1964. Il prezzo pagato dal partito, però, è la scissione della minoranza di sinistra, da Vecchietti a Foa e a Basso che, quasi altrettanto compattamente, fonda il PSIUP. Lombardi, che per evitare la scissione è disposto ad accogliere molte richieste della sinistra compresa la convocazione di un congresso straordinario22, risulta ora più isolato. Non a caso rifiuta la proposta, che gli viene avanzata da più parti, di accettare il ministero del bilancio23 (al suo posto ci va Giolitti) e preferisce ritagliarsi il ruolo di polemista e di “pungolatore” del governo divenendo, per la seconda volta dopo il 1948-49, direttore dell’«Avanti!». Come quindici anni prima, è un ruolo che deve svolgere spesso “controcorrente” anche se questa volta le parti sono invertite: allora si trattava di difendere una linea autonomista del PSI contro il frontismo abbracciato da Nenni che aveva condotto alla disfatta elettorale del 1948 e, al contempo, contro le posizioni “filocentriste” e atlantiste della socialdemocrazia di Saragat, mentre adesso si tratta di sollecitare il corso riformatore dei socialisti difendendolo non soltanto dalle critiche del PCI e del neonato PSIUP ma soprattutto dai “cedimenti” verso la DC che la maggioranza autonomista è disposta ad accettare pur di rimanere al governo.

La rottura con il centro-sinistra Presentato da Moro al Parlamento nel gennaio 1964, il programma del nuovo centro-sinistra “organico” (ovvero con i socialisti presenti nella compagine governativa e non più soltanto nella maggioranza) appare, almeno sulla carta, non meno innovatore di quello del 1962. Rispetto a due anni prima, però, la situazione economica è mutata: la prima congiuntura negativa dopo un quinquennio di boom diventa, per il governatore Carli, il pretesto per interrompere la politica monetaria espansiva e annunciare una riduzione del credito. Convinto di agire per «la difesa dell’esistenza dell’impresa privata, dell’industria capitalistica, messa in serio pericolo dalla prepotenza nazionalizzatrice del centro-sinistra» (Carli 1993, p. 269), Carli, appoggiato anche dal ministro democristiano del Tesoro Emilio Colombo, diventa sempre più chiaramente il contraltare di Giolitti e dei socialisti nelle decisioni di politica economica. Lo scontro tra le due linee di politica economica diventa palese alla fine di maggio quando il quotidiano «Il Messaggero» pubblica alcuni stralci di una lettera inviata da Colombo a Moro in cui, paventando una crisi di non breve durata, si chiede una politica di ulteriori restrizioni creditizie e il blocco della maggior parte delle riforme in programma, dalla legge urbanistica alla cedolare d’acconto sino allo statuto dei lavoratori. Lombardi afferma sull’«Avanti!» che la lettera di Colombo mette in discussione l’intera politica del centrosinistra24. Il leader socialista si rende conto, al tempo stesso, che va contrapposto subito alla linea Carli-Colombo un diverso tipo di politica congiunturale. A questo scopo propone a più riprese, ad esempio, un’imposta sul patrimonio25. La richiesta, tuttavia, viene scartata dagli altri leader socialisti per il timore – secondo De Martino – che l’imposta avrebbe avuto inizialmente più effetti negativi che positivi per la stabilità (De Martino 1983, p. 286; Tamburrano 1990, pp. 305-306). Anche le sue richieste di approntare provvedimenti urgenti per frenare la fuga di capitali cadono nel vuoto, né migliore successo incontra un memorandum di Giolitti che pure ventila la possibilità di un contenimento dei salari in cambio di una politica monetaria meno restrittiva (Voulgaris 1998, pp. 137-44; Giolitti 1992, pp. 140-43).. Il 25 giugno, quasi un mese dopo la pubblicazione della lettera di Colombo, il governo Moro viene battuto alla Camera durante il voto sul bilancio della pubblica istruzione. Il ministro democristiano Luigi Gui – in contrasto con l’accordo preso con gli altri partiti di affrontare il problema dei contributi alla scuola privata durante la discussione della legge sulla parità scolastica – inserisce nel bilancio un capitolo che prevede lo stanziamento di 149 milioni di contributi per la scuola privata. I socialisti, così come i socialdemocratici e i repubblicani, decidono di astenersi. Liberali, comunisti e PSIUP votano contro. In seguito alla bocciatura del capitolo (228 voti contrari contro 221 sì), il 26 giugno Moro rassegna le dimissioni. «Una crisi fuori tempo» titola Lombardi sull’«Avanti!» La pretestuosità delle motivazioni della crisi è evidente. Moro, difatti, non è assolutamente obbligato a dimettersi poiché l’astensione socialista sul voto riguardante il capitolo che prevede i finanziamenti alle scuole private non è un voto di sfiducia nei confronti del governo. Le vere cause della crisi, per Lombardi, sono ben altre: la maggioranza della DC – riluttante ad attuare le riforme – vuole evitare la verifica di governo richiesta dai socialisti26.

[…] a partire dall’ultimatum con cui i grandi esperti (quelli che a ogni piè sospinto dicono di non voler fare «finanza congolese» indulgendo però a quella del Lichtenstein) hanno imposto la rinuncia alla cedolare d’acconto, dando in partenza un carattere obiettivamente antiriformatore alla politica congiunturale (e per giunta compiendo un errore macroscopico di previsione che ha dimostrato la completa inettitudine del provvedimento) via via fino alle stupefacenti proposte di fiscalizzare gli oneri sociali… trasferendoli dall’imprenditore al consumatore, ci siamo trovati di fronte ad una politica congiunturale che obiettivamente divorava le riforme di struttura ancora prima che nascessero […]27.

La maggioranza dei socialisti, tuttavia, non manifesta alcuna intenzione di rompere l’alleanza di governo. Moro, in un colloquio con Nenni del 27 giugno, esclude la possibilità di andare ad elezioni anticipate. Il leader DC è disponibile a ricevere un nuovo incarico, visto che la Direzione del PSI gli ha rinnovato la fiducia nonostante l’“incidente” alla Camera. Questa volta, però, Moro «vorrebbe […] essere garantito dai “guastatori” tra i quali comprende Lombardi nella misura in cui dall’ “Avanti!” parla in nome del partito» (Nenni 1982, pp. 370-71). Durante la riunione della direzione democristiana del 29 giugno il segretario democristiano Mariano Rumor afferma che vi è stato, da parte di certi esponenti del PSI, il tentativo di considerare il centro-sinistra come un fatto strumentale in vista di una società socialista, mentre Flaminio Piccoli sostiene che «bisogna chiudere il periodo del centrosinistra romantico». Il comunicato della direzione stabilisce che le due condizioni per la ripresa del centro-sinistra sono la salvaguardia dell’efficienza dell’economia di mercato e l’estensione della cosiddetta “delimitazione della maggioranza” alle regioni e agli enti locali (in pratica la fine delle residue “giunte rosse” PCI-PSI) (Tamburrano 1990, p. 323). Il primo di luglio Nenni incontra il governatore Carli, il quale ribadisce che la principale condizione per allentare la stretta creditizia consiste nel blocco della pressione salariale28.

Al Comitato centrale socialista del 3-5 luglio Lombardi, replicando a chi lo accusa di aver adoperato il quotidiano per «un’ingiusta continua critica al centro-sinistra29, difende l’impostazione che ha dato ai suoi corsivi nell’«Avanti!» come la più aderente al carattere originario del centro-sinistra. L’ultimo capitolo della risoluzione della democrazia cristiana in un certo senso significa proprio questo: che non ci sono più partiti della coalizione, ma c’è un unico grande partito del centro-sinistra che ha perso le sue caratteristiche differenziali fra le componenti, cioè l’alleanza generale politica, quell’alleanza generale che noi abbiamo rifiutato, e credo che abbiamo fatto bene a rifiutare pur accettando la collaborazione di governo30. Dopo altri tre giorni di trattative estenuanti il 17 luglio viene raggiunto l’accordo tra PSI e DC. Giolitti e gli altri socialisti vicini a Lombardi decidono invece, di autoescludersi dal governo. Molte personalità della maggioranza autonomista, a cominciare da Nenni, sembrano non accorgersi delle ragioni profonde che inducono Lombardi ad avversare il nuovo centro-sinistra, attribuendole ad un approccio eccessivamente “intellettualista” di marca azionista o addirittura alla sua volontà di costruirsi una corrente propria31. In realtà il dissenso con Nenni ha motivazioni di fondo: se quest’ultimo è convinto che la permanenza dei socialisti nella coalizione di governo sia fondamentale per la tenuta stessa della fragile democrazia repubblicana (l’estate del 1964 è intorbidata dalle trame del “Piano Solo”)32, per Lombardi le manovre golpiste, più che mirare ad una reale svolta autoritaria, hanno soprattutto lo scopo (riuscito) di ottenere un centro-sinistra più malleabile e meno riformatore33.

1 luglio 1964.

Nel biennio successivo Lombardi s’impegna all’interno del partito per evitare la creazione del Partito socialista unificato con il PSDI di Saragat (nel frattempo asceso al Quirinale). Attorno a lui si crea una corrente di sinistra, combattiva, anche se minoritaria (specie dopo la dipartita di Giolitti che si attesterà su posizioni più filogovernative). La sua diminuita influenza a livello di partito viene compensata però da una continua presenza in convegni, dibattiti, assemblee, iniziative di ogni tipo. Dalla guerra del Vietnam (che lo vede in prima fila nell’appoggio al Vietnam del Nord e ai guerriglieri vietcong contro l’intervento statunitense) alla lotta per il divorzio, dal dibattito sulla crisi economica alle iniziative sul disarmo, si può dire che quasi non vi è un tema su cui Lombardi non sia intervenuto attivamente. Ciò ne fa – come nota giustamente Giuseppe Sircana – «uno dei politici più ricettivi delle istanze di rinnovamento avanzate, sul finire degli anni Sessanta, dai movimenti degli studenti e dei lavoratori e dal cosiddetto dissenso cattolico» (Sircana 1995, p. 487).

 

Note

  1. Vedi ad esempio Ginsborg (1989), pp. 382-83; Scoppola (1991), p. 352; Crainz (2016), pp. 120-21.
  2. Oltre a Nencioni (2014) i saggi più importanti su questo periodo della vita politica di Lombardi sono Becchi in Id. (1992) pp. 41-100 e Ricciardi, in Ricciardi, Scirocco (2004), pp. 61-110.
  3. Per questo periodo della vita politica di Lombardi mi permetto di rimandare a Bufarale (2014). Cfr. anche Tortoreto (1972); Mafai (2009).
  4. Una delle analisi più interessanti del riformismo di Lombardi in questa fase si trova in De Felice (2003), pp. 27-33. 5. Cfr. l’intervento di Lombardi al 34° Congresso del PSI, in Lombardi (1978), 1° vol., pp. 337-66 (346-47).
  5. Cfr. la relazione introduttiva di Lombardi al Convegno sulle partecipazioni statali, in Partito Socialista Italiano (1960), pp. 7-44 (25).
  6. I testi della polemica sono raccolti in La Malfa (1999), pp. 101-16. Lombardi corrobora il suo rifiuto verso la politica dei redditi rifacendosi anche alle teorie di neokeynesiani come Joan Robinson e mostrando come la spinta derivante dalle rivendicazioni salariali contribuisca al mantenimento dell’equilibrio tra consumi e investimenti. Cfr. la relazione introduttiva di Lombardi al convegno sulle partecipazioni statali, in Partito Socialista Italiano (1960), pp. 7-44 (39-40).
  7. Cfr. su questo la relazione di Lombardi al convegno economico detto delle “sei riviste” (Il Mondo, L’Espresso, Critica sociale, Mondo operaio, Nord e Sud, Il Ponte), in «Mondo operaio», a. XVI (1961), n. 10-11, pp. 47-50.
  8. Intervento di Lombardi al Comitato centrale del PSI dell’8 febbraio 1960, in «Avanti!», 10 febbraio 1960. Sulla prospettiva lombardiana di una possibile divisione della DC vedi la testimonianza di Giorgio Agosti: «Riccardo pensa che, il giorno che la DC perda elettoralmente terreno (il che avverrebbe sin da ora se si facessero le elezioni politiche), una sua spaccatura – alla quale io non ho mai creduto – non sarebbe impossibile: appunto per il dissolversi di mille interessi di sottogoverno». Cfr. Agosti (2005), p. 192.
  9. Intervento di Lombardi al Comitato centrale del PSI dell’8 febbraio 1960 cit.
  10. Cfr. R. Lombardi, Neutralità e neutralismo, in «Mondo operaio», a. XIV (1961), n. 7-8, pp. 1-5. Lombardi spiega che i socialisti non pongono all’ordine del giorno il ritiro unilaterale dell’Italia dal Patto Atlantico perché ciò violerebbe gli impegni ventennali assunti dall’Italia nel 1949 e creerebbe una situazione pericolosa per la pace. Anche restando nel Patto, tuttavia, l’Italia, secondo Lombardi, avrebbe la possibilità di promuovere una politica più indipendente dagli Stati Uniti, attivandosi per superare la contrapposizione Est-Ovest. Il leader socialista rilancia a questo proposito l’idea – già avanzata durante la sua battaglia contro l’adesione al Patto nel 1948-49 – di una fascia neutrale nell’Europa centrale che andrebbe dalla Svezia all’Italia passando per l’Austria, la Jugoslavia e, al limite, la Germania riunificata. Vedi su questo anche il discorso di Lombardi alla Camera dei Deputati del 5 ottobre 1960, in Lombardi (2001), 2° vol., pp. 938-54.
  11. Gli stessi interlocutori americani favorevoli al centro-sinistra in funzione anticomunista sono spesso assai sospettosi nei confronti di Lombardi proprio per la sua posizione neutralista mostrando di fidarsi maggiormente, malgrado i trascorsi frontisti, di Nenni. Cfr. su questo Faenza (1978), pp. 287-88 e pp. 310-11; Nuti (1999), pp. 420-22 e pp. 637-38. Sulle posizioni di Lombardi in politica estera in questo periodo cfr. Nencioni (2010), pp. 438-70.
  12. Archivio Centrale dello Stato (d’ora in avanti ACS), Fondo Nenni (d’ora in poi FN), serie carteggi, b. 30, fasc. 1518, lettera di Riccardo Lombardi a Pietro Nenni, Roma, 30 gennaio 1960.
  13. ACS, FN, serie carteggi, b. 30, fasc. 1518, lettera di Riccardo Lombardi a Pietro Nenni, s.l., s.d. [fine luglio1960].
  14. Archivio storico del Senato della Repubblica (d’ora in avanti ASSR), Fondo Francesco De Martino (d’ora in poi FFDEM), serie A, sottoserie attività di partito, b. 58, fasc. 408, considerazioni sulla piattaforma per il prossimo congresso, allegate in lettera di Riccardo Lombardi a Pietro Nenni e p.c. ai compagni della direzione del partito (Roma, 4 dicembre 1960)
  15. ACS, FN, serie partito, b. 93, fasc. 2233, riunione di apparato, 22 dicembre 1960.
  16. Per un’analisi delle varie riforme cfr. soprattutto Voulgaris (1998).
  17. Per un approfondimento sull’operato di Lombardi nella vicenda ENEL mi permetto di rimandare a Bufarale (2010) e a Id.. (2014).
  18. Cfr. la prefazione di Lombardi in Achilli (1972), pp. 7-9.
  19. Intervento di Lombardi al Comitato centrale del PSI del 19 maggio 1963, in «Avanti!», 21 maggio 1963.
  20. Cfr. su questo la documentazione in Lombardi (1963). 22. Cfr. la lettera di Riccardo Lombardi a Francesco De Martino del 13 dicembre 1963, in De Martino (1983), pp. 431-32.
  21. Cfr. ACS, FN, s. governo, b. 110, fasc. 2361, appunti sulle riunioni per la formazione del governo Moro, riunione del 2 dicembre 1963; ivi, s. carteggi, b. 30, fasc. 1518, lettera di Riccardo Lombardi a Pietro Nenni, s.l., 26 novembre 1963.
  22. Lombardi, Chiarimento necessario, in «Avanti!», 30 maggio 1964.
  23. Cfr. ACS, FN, serie partito, b. 110, fasc. 2363, promemoria di Riccardo Lombardi per Pietro Nenni [febbraio 1964]. Sul punto riguardante l’imposta sul patrimonio Nenni appunta a mano: «sarebbe il colpo di grazia (Carli), rese pochissimo (Tremelloni)».
  24. Lombardi, Una crisi fuori tempo, in «Avanti!», 26 giugno 1964.
  25. Id., Due pesi e una misura, in «Avanti!», 30 giugno 1964.
  26. ACS, FN, serie governo, b. 111, fasc. 2368, colloquio di Pietro Nenni con Guido Carli,
  27. Cfr. il riassunto dell’intervento di Roberto Palleschi al Comitato centrale del PSI del 4 giugno 1964, in «Avanti!», 5 giugno 1964.
  28. Intervento di Lombardi al Comitato centrale del PSI del 4 giugno 1964, in Lombardi (1978), 2° vol., pp. 17-28 (23).
  29. Cfr. ACS, FN, s. partito, b. 28, fasc. 1445, lettera di Pietro Nenni a Roberto Guiducci, 1 agosto 1964; ASSR, FFDEM, serie A, sottoserie 3, b. 51, fasc. 383, sfasc. 2, rapporto segreto trasmesso da Pietro Nenni a Francesco De Martino, 26 giugno 1965 (dove si ipotizza che la corrente lombardiana confluisca nel PSIUP e che la creazione di un grande partito “a sinistra” del PSI possa essere facilitata da un settimanale come «L’Espresso»).
  30. Cfr. Nenni, Uno spazio politico da difendere, in «Avanti!», 26 luglio 1964.
  31. Intervento di Lombardi al Comitato centrale del PSI del 28 luglio 1964, in «Avanti!»,

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Disegno di Giuseppe Scalarini,  è stato tra i maggiori caricaturisti e disegnatori satirici italiani.

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