Vivalascuola. Il ‘68 a scuola (interventi di Ester Prestini, Antonia Sani, Antonio Sparzani, Franco Toscani

 

Sul 68 sono frequenti luoghi comuni sia dei denigratori (“Il 68 ha distrutto la scuola“) sia dei nostalgici (“Quelli sì eran tempi!“). Naturalmente per una corretta valutazione storica occorrerebbe partire da qualche domanda che aiuti a contestualizzare “il ‘68“: come erano la scuola e l’università prima del 68? E come sono la scuola e l’università successive al ‘68? E quelle odierne? In questa puntata di vivalascuola Ester Prestini, Antonia Sani, Antonio Sparzani e Franco Toscani rispondono a queste domande e ci parlano di quella scuola e di quella successiva, coniugando memoria di azioni e relazioni, guadagni culturali e sperimentazioni didattiche. Fornendo così materia anche a chi volesse attualizzare e si volesse proficuamente chiedere: c’è qualche elemento del 68 che sarebbe auspicabile anche nella situazione odierna?

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‘68: prendere la parola   di Ester Prestini

Per chi agì il Sessantotto e ne fu agito quell’esperienza determinò una cesura profonda, a volte dolorosa e di non semplice elaborazione, con la vita precedente, una cesura esperienziale e storica. Delle molte tracce che il Sessantotto ha lasciato nella mia storia personale ne sceglierò una. Un solo punto di vista, una focalizzazione più che mai necessaria per illuminare il presente stato delle cose.

Partirò da due citazioni che si incrociano come un chiasmo tra sacro e profano. Canta Guccini nell’Avvelenata “io sono della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato”, scrivono i ragazzi di Barbiana nell’incipit di Lettera a una professoressa:

Lei di me non ricorderà nemmeno il nome, ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei. ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.

Anch’io sono della razza mia, contadina e operaia, la prima che ha studiato. Per chi era nato nel dopoguerra e apparteneva a famiglie di modesta condizione sociale percorrere l’intero iter scolastico per arrivare all’università non era né facile né, tantomeno, scontato. C’era da una parte una forte pressione della famiglia che voleva per i figli un futuro diverso, di meno dura fatica e oppressione, perché allora conquistare un diploma o una laurea significava davvero modificare il proprio status sociale; dall’altra un’istituzione scolastica che era a misura di chi proveniva da un mondo acculturato, dove si parlava la lingua giusta, dove c’erano librerie colme di libri, dove la stessa aria che respiravi ti forniva gli idonei strumenti. L’uso obbligatorio del grembiule serviva soprattutto a nascondere gli abiti che, in modo immediato e sfacciato, avrebbero rivelato la classe sociale di provenienza.

Prima della Riforma del 1962 che avrebbe istituito la media dell’obbligo, alla fine della quinta elementare c’era un esame da superare per essere ammessi alla scuola media: a 11 anni si decideva, per molti aspetti, il tuo futuro destino. Per anni sognai quell’esame bambino, tanta era stata l’ angoscia con cui l’avevo vissuto; nessun altro dei tanti esami che avrei dovuto affrontare in seguito comportò quel peso d’ansia e di aspettativa. Molti erano i respinti. Era una scuola che sapeva e spesso voleva umiliare, non con predeterminazione, ma con indifferenza più o meno consapevole, perché selezionare era un dovere. Ma erano possibili anche fortunati incontri con insegnanti che vivevano la loro professione come scelta di libertà e che sapevano offrire mondi altri, dare contenuti al tuo immaginario, farti intravedere imprevisti orizzonti.

La mia professoressa di Lettere delle medie ci offrì l’ascolto della musica classica, la voce di grandi attori che leggevano grandi poeti, ci fece attraversare per la prima volta la soglia di un teatro. Quell’incontro ha profondamente segnato il mio modo di interagire col mondo. Dopo le medie mi iscrissi alle Magistrali, avrei tanto voluto frequentare il Liceo, ma non osai neppure dirlo in casa, sapevo come la pensavano e i solidi motivi per cui lo pensavano: un diploma sicuro, un punto fermo, poi, se possibile, l’iscrizione all’Università. La mancata iscrizione al Liceo fu una frustrazione che mi perseguitò per un tempo molto lungo, che mi causò un pesante senso di sconfitta che aveva, ma lo scoprii molto dopo, ben altre radici.

Mi iscrissi a Magistero, la scelta era obbligata per chi veniva dalle Magistrali; per essere ammessi un altro esame. Guarda caso a Milano la Facoltà di Magistero era presente solo presso l’Università Cattolica, così la formazione di molti dei futuri insegnanti avrebbe lì ricevuto i sacri crismi. Del resto se scorriamo il lungo elenco dei ministri dell’Istruzione (una volta pubblica, ora non più tale visto che l’aggettivo è stato abolito, e questo la dice lunga sul dominio del neoliberismo) dal 1946 al 1994 ci accorgiamo che tranne 2 brevi eccezioni appartenevano tutti alla Democrazia cristiana e neppure i fatidici anni Settanta riuscirono a scalfire tale consolidato monopolio, anzi proprio allora occorreva tenerlo saldamente nelle mani. Sembra quasi ridicolo raccontare oggi che uno dei primi atti contestativi delle studentesse della Cattolica fu il rifiuto di indossare l’obbligatorio grembiule che in quel contesto non serviva più a celare l’estrazione di classe, ma a mortificare la connotazione erotica dei corpi. Piccoli atti segnalano passaggi epocali.

Ho raccontato questa personale esperienza perché ho sentito usare, in modo ipocrita e strumentale, fino allo sfinimento le parole di Pasolini sui fatti di Villa Giulia, peraltro molti di questi detrattori del ’68 disperderebbero al vento le ceneri e la memoria del grande e profetico intellettuale. Aveva scritto nel ’68 Pasolini parlando degli studenti:

Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.

E’ vero che il movimento fu interclassista, questa fu la sua forza e, forse, la sua insanabile contraddizione. Saranno però gli storici a pronunciarsi su questa intricata questione. Ma Pasolini non teneva conto che nel movimento c’erano anche molti figli di padri operai, contadini, piccoli impiegati, che si erano sfiancati di lavoro per far arrivare i figli all’università. Quei figli avevano attraversato la scuola di classe, uscendone profondamente segnati e portatori di una visione antropologica prima ancora che politica, consapevoli di una realtà ingiusta e opprimente di cui erano andati via via scoprendo l’orizzonte ideologico in cui si materializzava. In una sorta di paradosso, poiché la talpa della storia sempre scava, la scuola ci aveva offerto gli strumenti per decodificare quella realtà che troppo spesso abitiamo in modo inconsapevole, poiché vi siamo immersi in un’anomala indistinzione.

Non volevamo più essere schiavi di un’interpretazione ingenua e mistificata, volevamo sollevare il velo dell’ideologia dominante e mostrare la carne viva dell’emarginazione: i suoi volti, le sue lingue, la concretezza del vivere. La realtà è il vero interlocutore, così insegnavano i teorici del marxismo, i pensatori libertari, come Capitini e Dolci, gli uomini del Vangelo, i don Milani, i don Mazzi. La realtà è sfida e provocazione, per questo oggi più che ma si cerca di occultarla in tutti i modi possibili; la realtà pone domande radicali e pressanti a partire dalle contraddizioni che l’attraversano. In molti pensavamo che la genesi dell’educazione si innesta proprio in questo incontro-scontro con le condizioni reali in cui ci troviamo a vivere, nella ribellione e nel riscatto di cui l’educazione deve farsi interprete per realizzare pienamente le promesse dell’articolo 3 della Costituzione repubblicana e la realizzazione del soggetto umano.

Il movimento reclamava, nella fase primigenia, nell’atto esemplare della sua genesi, in quell’infanzia dell’esordio, il diritto d’indignarsi, di provare rabbia e di manifestarla, di averla come motivazione per la lotta contro ogni ingiustizia. Partecipavo in modo attivo al movimento, alle assemblee, ai gruppi di studio, al lavoro politico più generale, ma avvertivo un’insufficienza, per certi versi una sorta di incoerenza difficile a sopportarsi.

Fu questo a spingermi, insieme ad altri (studenti soprattutto e alcuni medici) a cercare un concreto terreno d’intervento, uno spazio politico dove si costruissero relazioni e percorsi reali di cambiamento. Se era vero che è nella scuola che si verifica la prima fondamentale discriminazione, la prima di una lunga serie che l’oppresso dovrà subire nel corso della vita, era su quel fronte che dovevamo agire.

La zona in cui abitavo era connotata dalla presenza di molte case popolari dove vivevano famiglie di vecchia e di recente immigrazione; vi erano anche alcune sacche di vera e propria povertà. Famiglie operaie, piccoli artigiani, sottoproletari i cui figli avevano un difficile e, troppo spesso, perdente, rapporto con la scuola. Ci mobilitammo insieme ai genitori e ai ragazzi per ottenere dal Consiglio di zona gli scantinati di via Birago 2, quegli stessi scantinati che avevano ospitato Rocco e i suoi fratelli al loro arrivo a Milano, nel film di Visconti.

Cominciammo a fare scuola in modo alternativo, ma sempre cercando di dare ai ragazzi gli strumenti utili per farcela. Nelle frequenti assemblee con studenti e genitori, assemblee sempre aperte al quartiere, si sperimentava una vera democrazia partecipativa e le esperienze del lavoro di fabbrica, dell’emigrazione, delle varie forme che assumevano fatica del vivere e oppressione diventavano oggetto di pubblico dibattito, terreno di consapevolezza condivisa, quindi di formazione e di mobilitazione politica su obiettivi democraticamente decisi.

In molte aree territoriali di Milano e nell’hinterland si erano costituite scuole di questo tipo che si erano poi collegate in una Rete per socializzare e confrontare le diverse esperienze e per allargare il fronte di lotta. Anche da queste scuole-quartiere, che furono presenti in diverse regioni, germinò la lotta operaia per le 150 ore. A distanza di anni molti di quei ragazzi che erano stati aiutati a superare la timidezza o la rabbia del perdente, scoprendo di avere straordinarie risorse d’intelligenza e di abilità, conservavano la consapevolezza politica acquisita in quel percorso, la consapevolezza che cambiare è difficile, ma possibile se si abbandona la passiva rassegnazione a cui ci vogliono assoggettare i veri detentori del potere, oggi più difficilmente riconoscibili rispetto a 50 anni fa.

Il metodo usato in queste scuole di autentica democrazia diretta era dialogico e democratico. Dialogico poiché partiva sempre dal riconoscimento dell’interlocutore e della sua personale storia, perché lo studente non è un contenitore da riempire di un sapere dato e datato, ma il portatore di una dimensione esperienziale e il protagonista di un processo di scoperta e di ricerca. Democratico perché la storia personale veniva situata in quella collettiva in una pratica di autonomia e di libertà di scelta per progettare il cambiamento possibile.

Avevamo compreso, attraverso la pratica diretta, che educare significa in prima istanza dare parola a tutti, perché parlare è pensiero e prassi: se non hai le parole per dirlo non puoi trasformare il mondo. Solo attraverso la parola problematizzi la realtà, ne cogli le contraddizioni e individui le leve della trasformazione. In quelle scuole ho imparato una lezione che ha poi connotato la mia lunga storia d’insegnante prima alle medie, poi ai professionali, sempre in realtà ad alto rischio sociale: la professionalità pedagogica ha un valore ed una dignità altissimi ed esige un alto livello di responsabilità etica perché ha a che fare con gli esseri umani, le loro storie, le loro fragilità, i loro sogni.

Su un punto vorrei essere molto chiara. Il ’68 mise in discussione in modo radicale ogni gerarchia sociale, mise a nudo la subdola violenza insita in ogni principio di autorità non sottoposto a reale controllo democratico, diede rappresentanza e nome alle mutevoli e perenni forme dell’oppressione, pose in primo piano la problematicità del rapporto autorità-libertà. Nel lavoro con i ragazzi capimmo subito, malgrado il contesto di ribellione al sistema e la nostra giovinezza, che la relazione educativa è per sua intrinseca necessità asimmetrica, poiché in caso contrario salterebbe il principio etico della responsabilità educativa. Il rispetto reciproco è la linea di faglia per non trascendere in un autoritarismo paralizzante o in una permissività castrante, gli opposti poli del non riconoscimento della progettualità possibile.

Coloro che autenticamente agirono il ’68 e che poi entrarono come docenti nelle scuole di ogni ordine e grado lottarono per trasformarle radicalmente e spesso ne conquistarono l’egemonia contaminando positivamente molti di coloro che a quell’insorgenza non avevano partecipato. Una scuola rispettosa della soggettività dialogica e creativa degli studenti, una scuola non dogmatica, ma problematizzante e aperta alla ricerca-azione, una scuola capace di instaurare relazioni feconde tra i diversi saperi e la specificità del loro linguaggi, una scuola impegnata nell’ascolto delle continue novità provenienti dalla vita reale, una scuola atta a potenziare la capacità immaginativa e il desiderio di mettersi in gioco, una scuola che delle differenze fa il suo punto di forza, perché solo le differenze rispecchiano la complessità del mondo.

Oggi, nel momento in cui la scuola pubblica è messa pesantemente sotto attacco, immiserita nei contenuti disciplinari, burocratizzata e deprivata dei fondi necessari, mentre i suoi docenti vedono costantemente svilita la loro professionalità, sarebbe urgente riprendere in seria considerazione la ricchezza di quelle esperienze. Ma il punto vero è chiedersi se si è ancora capaci di indignarsi di fronte alla realtà, se si è ancora capaci di riprendere la parola che lotta per il cambiamento. [torna su]

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Il mio ’68: una sfida da raccogliere   di Antonia Sani

Tra la Resistenza e il ‘68
Un carissimo amico e compagno di università, Guido Fink, divenuto poi valido critico cinematografico, era solito ripetere una semplice constatazione: “La nostra è una generazione di spettatori: troppo piccoli per aver “fatto” la Resistenza, troppo adulti per aver preso parte attiva al movimento degli studenti del ’68.

Non potevo che dargli ragione. Ero una bambina quando nella campagna ferrarese dove eravamo sfollati mi trovavo in mezzo a sanguinose dispute familiari che non comprendevo, tra chi chiamava i giovani della Resistenza “partigiani” e chi li chiamava “ribelli”, tra chi ci vedeva di buon occhio correre incontro alle autoblindo degli americani che ci donavano cioccolatini, e chi ci tratteneva in casa per non farci sembrare dei “traditori”, e i pianti di paura quando vedevamo i nostri uomini con gesti inusitati nascondersi nei fienili per sfuggire alla rappresaglia dei soldati tedeschi in ritirata…

Frequentavo la quarta elementare e la maestra, poiché biascicavo un po’ di tedesco, mi chiamava come interprete a conferire col comandante della piazza che voleva occupare la scuola per dare un giaciglio ai soldati. Io avevo una gran paura di non comprendere e di tradurre male…La scuola di quegli anni era un evento provvisorio; si cambiava località a seconda della pericolosità dei luoghi, e gli/le insegnanti erano visibilmente con la testa via. C’era chi era fascista e chi manifestava ormai apertamente le proprie idee “comuniste”. Tanta violenza sotterranea nelle relazioni con vicini del tutto casuali…

Nel 1968 ero già madre di due bambini che frequentavano a Roma la Scuola Elementare. Avevo trascorso nella Germania Ovest, a Monaco di Baviera, i primi anni di matrimonio, e non mi sentivo parte di quel mondo studentesco che vedevo scendere a passo di carica l’ampia scalinata di Valle Giulia, di fronte alla Galleria d’Arte Moderna, tutti e tutte a braccetto in folte file orizzontali. Era una tarda mattinata di primavera. Splendeva il sole. Io guardavo interdetta la scena con a mano i miei figli che avevo appena preso dalla scuola. Un’immagine rimasta molto viva in me. Scoppi di petardi e lacrimogeni lanciati dalla Polizia…

Gli anni di Monaco erano stati tutt’altra cosa, all’insegna di attività culturali. I nostri amici erano protesi a prendere coscienza delle colpe che il passato nazista non poteva che far ricadere sui loro familiari, su loro stessi. Bisognava reagire con manifestazioni culturali: saggi, romanzi, opere teatrali, musica, commedie, quadri, il tutto in chiave ironica, irridente e anticonformista, per prendere le distanze da “quel” mondo in cui genitori e parenti erano stati in qualche modo invischiati. Qualcosa del genere si era verificato anche in Italia, alle soglie del ‘68 al Liceo Parini di Milano col famoso giornaletto “La Zanzara” e il nomignolo di “matusa” affibbiato ai genitori e parenti più anziani/conservatori.

A Monaco, l’azione politico-partitica tra i giovani era un’eccezione. Il Partito Comunista nella Germania Ovest era stato bandito nel 1956 (ricostituito solo nel 1968), qualche raro giovane camuffato da Lenin lo si vedeva nei sottopassaggi allungare furtivamente un volantino…

Qualcosa di sconvolgente stava accadendo
Cominciavo a capire che in Italia si respirava un’aria diversa. La lotta era fatta “sul serio”. Mi ero iscritta al Corso di Perfezionamento in Filologia Romanza alla Sapienza, quando una mattina, dopo giornate incerte, ho trovato troneggiante sulla facciata della Facoltà di Lettere e Giurisprudenza un’enorme scritta in colore rosso “L’Università è la nostra FIAT, la FIAT è la nostra Università”. Nessuno sapeva se e quando le lezioni sarebbero riprese.

Ho capito che qualcosa di sconvolgente stava accadendo: l’unità, la condivisione della lotta di studenti e operai, l’abbattimento di una barriera che nei sistemi scolastici precedenti era parsa “normale”, incancellabile. In quest’ottica, perfino la Costituzione, nonostante le perle degli artt. 3 e 33, sembrava mostrare un cedimento alla logica classista, laddove all’art. 34 recita i “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più
alti degli studi”. (Invece, chi possedeva i mezzi, anche se incapace e non meritevole, poteva contare su appoggi che lo potevano condurre al raggiungimento di obiettivi a lui non interdetti…).

La scuola che avevo frequentato negli anni Cinquanta era una scuola di classe. Me ne rendevo conto per la prima volta. Il Liceo classico era di Serie A (per una formazione culturale “disinteressata”), il Liceo Scientifico di serie B (più legato alle applicazioni pratiche delle scienze), l’Istituto Tecnico di Serie C (apriva la via al mondo del lavoro). L’Istituto Magistrale, nobilitato dall’introduzione del latino con la Riforma Gentile, godeva della giustificazione di aprire la via alle giovani donne per un insegnamento “materno”, rivolto a bambini e bambine ”da educare”. Luoghi e occasioni di incontro tra frequentanti dei diversi ordini di scuola erano i tornei di basket (allora si diceva “pallacanestro”) e di volley (pallavolo).
C’erano poi gli iscritti ai corsi per Periti Industriali, coi quali non si aveva alcun rapporto. Li vedevamo a distanza avvolti in sciarponi attraversare la strada nella nebbia…

Scuola e Università prima del ’68 erano fondate su un’accettata stratificazione economica e sociale. C’era ovviamente chi “faceva politica” – studenti, insegnanti, ragazze – in associazioni e partiti ma non nella scuola, che restava torre d’avorio, ligia all’autorità dei Capi d’Istituto, rarissime le uscite all’esterno, tutta imperniata sullo svolgimento dei programmi didattici (eccezion fatta, ad es., per il tema dedicato al “prestito per la ricostruzione”, alla manifestazione incentivata dai Presidi per “Trieste italiana”)… Non una parola sulla Costituzione, catalogata tra gli eventi troppo vicini per poter godere di una visione “obiettiva”… Su tutto, l’ala dei Gesuiti, soprattutto nei Licei, con un’azione oltre l’insegnamento – allora obbligatorio, della religione cattolica a seguito del Concordato fascista del ’29 – protesa a controllare con inchieste circospette rivolte ad alunni e alunne il comportamento dei docenti di Filosofia (il terrore della dottrina di Sartre incombeva); indiscussa la partecipazione alla Messa di tutta la scolaresca all’inizio dell’anno scolastico. I pochi “esonerati” erano allievi e allieve di religione ebraica (della cui persecuzione subita direttamente dalle loro famiglie non si parlava mai).

Frequentavo l’Università a Bologna ai primi segnali di contestazione, ancora lontani dal ’68 ma indici di un’insofferenza all’autoritarismo imperante. Si sviluppavano focolai importanti. Accanto alla tradizionale caccia alle matricole prive di “papiro” si svolgevano al bar del Teatro Comunale nei pressi dell’Università le lezioni di Estetica di Luciano Anceschi con la partecipazione di Edoardo Sanguineti, di Nanni Balestrini, di Renato Barilli, che sarebbero confluiti poi nel Gruppo ’63… Grande emozione alle lezioni di Francesco Flora, reduce dal viaggio in Cina, l’aula grande di Lettere gremita, interventi di fuoco spinti da ideologie contrapposte, cortei studenteschi per le strade della città in seguito agli eventi del 1956 in URSS, la resistenza dei filosovietici alle forze dell’ordine.

Ci sentivamo improvvisamente immersi/e in una dimensione che nel periodo scolastico non avevamo percepito: la possibilità di contestualizzare il nostro studio agli eventi che accadevano nel mondo. Nostra compagna di mensa era Liliana Cavani. Provenivamo da varie province dell’Emilia con alle spalle esperienze di realtà associative, cattoliche e comuniste, che con il mondo delle nostre scuole non avevano avuto alcun diretto rapporto.

La nostra generazione di spettatori/trici ci rendeva estranei/e all’avvio del movimento del ’68.

Non eravamo più, da un decennio, nelle aule universitarie quando presero il via le prime sollevazioni nelle Unversità di Milano, di Pisa contro le discriminazioni che colpivano gli studenti più disagiati. Stavo rientrando dal mio soggiorno nella Repubblica Federale Tedesca e ricevevo notizie di ciò che accadeva nelle scuole dalle mie ex compagne che nel frattempo avevano sostenuto il Concorso per l’insegnamento. Racconti sconvolgenti: alcune avevano deciso di ritirarsi per disperazione, visto che tutte le loro lezioni venivano puntualmente contestate in maniera sguaiata e che i genitori
davano manforte ai ragazzi e alle ragazze, alla loro pretesa del “6 politico”. Altre, erano protese verso la difesa dei diritti della categoria, conculcati dall’arroganza dei Presidi, e trovavano un punto di riferimento nella nascente CGIL Scuola.

La scuola del 68: una scuola straordinaria
L’esperienza del ’68 e degli anni immediatamente seguenti io l’ho vissuta in stretto contatto con la scuola dei miei figli. Una scuola straordinaria, stimolante, grazie alla ricaduta dei movimenti studenteschi la cui eco era avvertita fino nella Scuola Elementare. Ricordo bambini che rifiutavano di ricevere, come premio per profitto e disciplina, gratificanti
uscite in città, dichiarando che quelle uscite dovevano essere per tutti, anzi soprattutto per i “meno bravi”, occasione di arricchimento culturale.

Ricordo ragazzi delle Scuole Medie pretendere dai presidi l’uso di aule per discutere del “Maggio francese” in incontri pomeridiani, per mettere insieme giornaletti con interviste ai leader del momento (Marco Pannella, Giglia Tedesco…); per promuovere incontri con allievi di scuole dei diversi quartieri, dal centro alle periferie (un’eco dell’unità studenti-operai, mutuata dai fratelli maggiori). Sensazionale fu la ricerca di contatto tra studenti dei primi anni di scuola superiore coi lavoratori e le lavoratrici frequentanti i corsi delle 150 ore.

Mi trovavo in una strana situazione. Non avevo contribuito in alcun modo alla creazione di quel clima che condividevo pienamente, e che giorno dopo giorno metteva radici dentro di me incitandomi a rivisitare tutto il mio vissuto e a porre in una dimensione critica le certezze che non avevo mai pensato di mettere in discussione.

Mi sorprendevano le conseguenze individuali dello slogan “a scuola col corpo”. Certi eccessi di sfida alle istituzioni. Esempi di docenti che proprio nel momento in cui doveva iniziare il Collegio dei Docenti se ne andavano a bere un caffè, o ragazzi e ragazze che mangiavano in classe durante la lezione, docenti con le bottiglie di bibite sulla cattedra… Come avere un comportamento rispettoso delle istituzioni senza ricadere nell’autoritarsmo che era stato a forza abbattuto fu un mio rovello alla mia entrata in cattedra. Ero sempre incerta sulla scelta dei miei comportamenti.

Nel frattempo gli eccessi sessantottini si erano assopiti. Concluso il periodo universitario degli studenti che si erano ribellati contro un mondo autoritario, elargitore di privilegi, insensibile alle disuguaglianze sia a livello nazionale che internazionale, entrata in vigore la legge istitutiva degli Organi Collegiali della scuola (1973 e sgg.), si stava aprendo una nuova fase.

Oggi: raccogliere la sfida del 68
Ma i frutti del ’68 non andarono dispersi. Molti tra i giovani docenti, entrati in ruolo dopo l’Università del ’68, consideravano gli OO.CC. “un parlamentino ingessato”. Nelle scuole grazie a loro si parlava finalmente di politica, si creavano forme di aggregazione inedite, comitati di quartiere, coordinamenti di istituti… La scuola “aperta al territorio” era al centro di tutti questi fermenti. L’istituzione degli OO.CC., nonostante le critiche negative soprattutto da parte dei docenti (anche per opposti motivi), aveva spianato la via a una partecipazione entusiasta dei genitori come “cittadini”, frutto anch’essa degli sconvolgimenti sociali e di una presa di coscienza collettiva certamente imprevista dal legislatore. Eloquente testimonianza la formazione di liste antifasciste, antiautoritarie, contro le discriminazioni, per l’attuazione di principi costituzionali per una corretta interpretazione della Storia recente.

Io mi tuffai in quella temperie, battaglie femministe, contiguità coi partiti di sinistra senza diventare pedina dei loro diktat, libertà di insegnamento praticata quotidianamente con relazioni proficue con alunni e alunne. Strumenti didattici rivolti sì al raggiungimento di conoscenze e competenze, ma soprattutto al conseguimento di una formazione critica, laica, democratica di coloro che sarebbero divenuti i futuri genitori, la futura classe di lavoratori e lavoratrici.

Questa la funzione docente, di allora, come del successivo angoscioso periodo di fine Anni Settanta, come oggi, in cui le scuole vivono l’allontanamento preoccupante dalle reali spinte del ‘68, di cui resta una sorda eco desunta dai simboli della violenza ricorrenti sui social, privi di quella grande speranza/fiducia nel cambiamento/trasformazione della società in una comunità più giusta, equa e solidale che aveva animato le lotte di studenti e operai di quegli anni.

L’impegno a raccogliere la sfida, in una forte opposizione alla scuola-azienda che si va delineando, è il terreno su cui concentrare qui e ora le nostre forze, di docenti ormai fuori dalla scuola, e dei/delle più giovani colleghe e colleghi immersi in una difficile quotidianità. [torna su]

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Il mio Sessantotto, sì, me lo rammento       di Antonio Sparzani

Mi sono laureato alla fine del 1964 in fisica a Pavia e a quei tempi, la sopravvivenza dopo la laurea per chi voleva “fermarsi in università” era assicurata, si fa per dire, da borse di studio di un milione di lire l’anno, lorde. Dopo un paio d’anni di questa sopravvivenza, venni a Milano al seguito del mio “capo” di allora, il prof. di fisica teorica. Nel 1967 ebbi già a Milano un posto di assistente ancora precario che però si tramutò l’anno successivo in un posto di ruolo.

Ero cattolico, assiduo praticante, ed anzi presidente, a Pavia, dell’associazione “Laureati cattolici”.

Tra il ‘67 e il ‘68 stava velocemente arrivando un movimento molto ampio della società nel suo complesso, che ebbe nella scuola, media e università. uno dei suoi punti di forza; un movimento che, a Milano, cominciava a investire anche il settore scientifico (e non solo quello umanistico di via Festa del Perdono) dell’Università Statale, settore situato a Città Studi, dal Politecnico di piazza Leonardo ai vari istituti di via Celoria, via Golgi e dintorni.

Tutto veramente era partito da Roma, ricordate Valle Giulia, di Paolo Pietrangeli?

«Il primo marzo, sì, me lo rammento,
saremo stati millecinquecento
e caricava giù la polizia
ma gli studenti la cacciavan via.
«No alla scuola dei padroni!
Via il governo, dimissioni!».

Tante belle cose, grande entusiasmo, sembrava di respirare finalmente un’aria nuova, gli studenti e gli operai protagonisti e non più soltanto passivi ascoltatori ed esecutori.

Le nuove esigenze e le nuove prospettive riguardavano però la società nel suo complesso, a partire certo dalla scuola e dalla fabbrica, ma inevitabilmente arrivando fino alla religione. Anche in questo senso il passaggio da Pavia a Milano fu per me cruciale: mentre a Pavia non avevo avvertito alcuna particolare esigenza di rinnovamento, non appena arrivato a Milano venni in contatto, tramite nuovi amici e colleghi, anche di nuovi modi di intendere la pratica religiosa. Fiorivano allora a Milano i cosiddetti gruppi del dissenso cattolico, che tendevano a rinnovare dall’interno il modo di celebrare quei riti che, pur rispettando il loro essenziale centro eucaristico, valorizzassero di più il contributo dei singoli fedeli. E per tutto il ‘68 fui assiduo frequentatore di uno di questi. Dopo qualche tempo, tuttavia, anche questo si diradò e infine sparì vuoi perché le critiche all’istituzione Chiesa Cattolica diventavano sempre più radicali vuoi per tutto l’altro nuovo che prepotentemente avanzava e invadeva tutto lo spazio mentale di ciascuno.

Per quel che riguarda la vita universitaria, i miei ricordi naturalmente riguardano gli avvenimenti di Città Studi, le tensioni anche all’interno dell’Istituto di Fisica, tra i docenti più reazionari, o vogliamo dire conservatori, tendenzialmente di destra da un lato e quei pochi dall’altro, eravamo tre o quattro, che invece erano disponibili a dare retta alle istanze studentesche, con tutti i possibili inconvenienti del caso:

«Cinque marzo Sessantotto, cinque maggio stesso anno
in galera m’hanno messo e il processo ora mi fanno
tutti i segni son spariti, ora stanno più tranquilli.
Ho oltraggiato un ufficiale nelle pubbliche funzioni
ma chi me l’ha fatto fare ma di andar coi capelloni… »
(Da Io cerco l’uomo nuovo, sempre di Paolo Pietrangeli)

Un ricordo che ho molto vivido nella mente è quello dell’occupazione dell’Istituto di Fisica del 1971: mentre in una prima fase l’allora direttore dell’Istituto, prof. Ugo Facchini, era possibilista e cercava di mediare senza chiedere l’intervento della polizia, e alcuni di noi partecipavamo alle riunioni con gli studenti (allora il gruppo della sinistra extraparlamentare “egemone”, così si diceva allora, a Fisica era Avanguardia Operaia), intervenivamo persino nelle oceaniche assemblee nell’aula grande dell’Istituto; ci fu poi un momento di rottura, a dire il vero provocato da qualche stupidità da entrambe le parti, e l’istituto venne, come si diceva, sgomberato dalla polizia milanese del questore Marcello Guida, per chi se lo ricorda (giusto per la precisione storica: inviato alla Divisione affari generali e riservati, Ufficio Confino Politico, nel 1937 fu nominato vice direttore della Colonia Penale di Ponza, nel 1939 della colonia di confino politico di Ventotene e poi, promosso commissario, ne divenne direttore; assolto, come molti, dopo la guerra dai vari procedimenti di epurazione).

Poco dopo durante un improvvisato comizio esterno davanti all‘Istituto arrivò una squadra di polizia di stato, guidata dal già allora tristemente noto vicequestore Vittoria, che senza tanti preamboli caricò, sulla strada e avanti lungo la via Ponzio, gli studenti che si erano nel frattempo ammassati, colpendo senza tregua e senza guardare chi capitava loro a tiro; tra cui il sottoscritto che riportò la rottura delle dita di una mano. Quello che più mi irritò fu la menzogna del vicequestore che urlò nel megafono “Avete 5 minuti per sciogliervi” e che dopo 5 secondi ordinò la carica.

Comunque sopravvissi bellamente e continuai nei mesi successivi a tentare di fare qualche attività con gli studenti. Ma la cosa non era facilissima, anche perché nessuno aveva ben chiaro che cosa bisognasse fare: il dilemma era soprattutto questo: intervenire nel merito dei programmi dei corsi o soltanto sulla struttura universitaria? Su questo nodo assolutamente fondamentale (io ero ovviamente per la prima alternativa) vi furono disaccordi e incomprensioni e, con la normalizzazione della situazione esterna, questo dibattito si dissolse. Tuttavia qualche conseguenza sulla didattica – punto nevralgico e decisivo di contatto tra docenti e studenti – fortunatamente rimase. Il più significativo fu quello dell’istituzione dei corsi serali per tutti gli insegnamenti più importanti, con la conseguenza che molti lavoratori poterono diventare “studenti lavoratori”. E poi all’interno di alcuni corsi qualcosa cambiò. Le cosiddette “esercitazioni” diventarono “gruppi di studio”, cambiamento di nome che di fatto indicava un cambiamento di pratica didattica: in queste ore aggiuntive al corso non si svolgevano più gli esercizi sul materiale insegnato dal docente nel corso, ma si riprendeva pesantemente questo materiale rispiegandolo e rivedendolo assieme.

Cosa mi rimane di quell’esperienza? Molto, direi, sia per quanto riguarda i rapporti umani maturati in quei tempi e che non sarebbero stati possibili altrimenti, sia per la scoperta di valori e idee di cui non ero mai stato cosciente. A partire da quel fondamento sempre attuale che fu la bandiera della rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité, mai davvero completamente attuato, per continuare con le proposte più “rivoluzionarie” della rivoluzione del ’17 in Russia, sulla valutazione della quale, come sappiamo, cominciarono le mille differenze e i mille distinguo in seno alla sinistra, e che portarono alla sua progressiva frammentazione e dissoluzione. [torna su]

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Il partire dal ’68 per interrogare il presente   di Franco Toscani

Come era la scuola (o l’università) prima del ‘68?
Prima del ’68 vigeva un marcato autoritarismo scolastico, gli studenti erano concepiti soprattutto come semplici oggetti, il loro protagonismo e la loro soggettività non erano in alcun modo considerati; oggi, talvolta, riscontriamo all’opposto un eccessivo permissivismo; autoritarismo e permissivismo sono comunque falsi aut-aut, false alternative educative, rispetto alle quali occorre riscoprire e valorizzare l’autorevolezza della funzione docente e il ruolo attivo degli allievi. Da questo punto di vista, il ’68 ha rappresentato una scossa, un momento di svolta, pur attraverso contraddizioni, errori e insensatezze (come gli esami di gruppo, l’eccessivo antinozionismo, l’ideologismo, un certo schematismo ideologico, etc.).

Come hai vissuto il ‘68 da studente?
Nel novembre del ’68 ho compiuto 13 anni, per questo motivo ho vissuto all’università con maggiore consapevolezza l’“onda lunga” di esso, gli anni Settanta. Iscritto alla facoltà di Filosofia alla Statale di Milano nel 1974, qui lo spirito del ’68 era ancora ben vivo, con tutte le sue non poche luci e le sue non poche ombre. Feci allora in tempo a vedere all’opera i famosi “katanga” di Mario Capanna (in quegli anni ancora leader studentesco milanese e non ancora fra i dirigenti nazionali di Democrazia proletaria). La frequentazione dei corsi e talvolta la conoscenza personale di intellettuali come Enzo Paci, Franco Fergnani, Remo Cantoni, Mario Dal Pra, Enrico Rambaldi, Carlo Sini e altri fu per me, proveniente da una piccola città come Piacenza, un’esperienza fondamentale e sprovincializzante. Dal mio maestro Franco Fergnani cercai di imparare il rigore nello studio, la fedeltà ai testi, l’antidogmatismo, la libertà dell’interpretazione e lo spirito critico. Mi abbeverai soprattutto alle fonti dell’esistenzialismo, della fenomenologia e del marxismo antidogmatico. Cercai allora soprattutto di studiare; politicamente e culturalmente ero vicino alle posizioni della nuova sinistra, sempre lontano dallo stalinismo e da ogni forma di dogmatismo/conformismo anche di sinistra. A Piacenza, intanto, cominciavo la mia intensa attività di militante politico prima nel Pdup e poi in Democrazia proletaria, durata dal 1975 al 1982.

Come hai vissuto poi da insegnante la scuola nata dal ‘68?
Da insegnante ho sempre cercato di riconoscere e di rispettare pienamente il protagonismo e la soggettività dei miei allievi. Anche attraverso errori, che ho cercato di correggere via via nel corso dell’esperienza, ho pienamente compreso che l’insegnante non dev’essere autoritario né permissivo/lassista, ma autorevole e saper guidare con competenza e passione i propri studenti nel complesso e arduo percorso dell’amore per la sapienza e la vita buona. Ci sono riuscito? Giunto a 62 anni, non lo so, non sta a me dirlo. Sicuramente ci ho provato, in perfetta buona fede, sorretto dal fatto che, accanto all’attività d’insegnamento, ho sempre coltivato anche l’attività di studio e di ricerca, in particolare la saggistica filosofica (ho scritto pure due libretti poetici). Come insegnante ho sofferto molto la mancanza di una specifica preparazione didattica da parte dell’università dei miei tempi. Ho cercato dunque di imparare a insegnare innanzitutto attraverso i miei errori, l’esperienza accumulata e poi grazie all’esempio e alle indicazioni dei miei colleghi migliori.

Una volta che ti sei trovato dall’altra parte della cattedra, cosa ti è sembrato cambiato in bene e cosa in male?
Intanto ho cercato e cerco di non dimenticare mai che pure io sono stato studente, con tutte le difficoltà e il travaglio che ciò comporta. Particolarmente bella e stimolante ho trovato la possibilità di mettere in pratica le idee che avevo messo a punto nel mio percorso umano, culturale, politico e professionale di maturazione. Ciò che non mi è mai piaciuto e continua a non piacermi del nostro lavoro è il pesante carico burocratico, le riunioni inutili, certi obblighi istituzionali, il rapporto con alcuni dirigenti scolastici ottusi, supponenti e presuntuosi.

C’è qualche elemento del ‘68 che secondo te sarebbe auspicabile anche nella situazione odierna?
A partire dai migliori aspetti del ’68 credo che sia ancora possibile sviluppare una riflessione critica capace di riguardare il presente e di interrogarlo fruttuosamente. Di quella stagione culturale e politica, credo siano da riprendere in modo nuovo e creativo vari aspetti, tra cui il protagonismo studentesco e la valorizzazione della soggettività giovanile, la tensione allo spirito critico e ad un sapere critico, l’esigenza profonda sempre rinnovata di ciò che Edmund Husserl chiamò la Sinngebung (la donazione o conferimento di senso), oggi più che mai necessaria per arginare e contrastare il trionfo della mera ratio strumentale-calcolante nell’attuale scuola-azienda tristemente ridotta soprattutto a progettificio e a fabbrica di “cineseria”.

(Pubblicato su aprile 16, 2018 da vivalascuola )

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

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